Generatori d’ansia – parte 4 – Pericolo Hikikomori!!! Hiki…..che?

spiaggiaDopo il lungo periodo di pausa estiva, riprendo il mio Generatori d’Ansia con un tema che è emerso grazie alle letture di alcune amiche in spiaggia, ma che di tanto in tanto fa capolino sui quotidiani o sui periodici soprattutto dedicati al pubblico femminile, in quanto composto da un gran numero di mamme.

“Elisa, ho letto di un nuovo fenomeno preoccupante che sta investendole nuove generazioni anche in Italia” – vedendo l’espressione preoccupata della mamma in questione, ho abbandonato il mio Kindle sulla sdraio, mi sono seduta comoda e ho cercato di capire l’origine del dramma.

“Ho letto su questa rivista (e mi sventola davanti agli occhi il giornale che preferisco non citare) che ci sono gli Hiki…qualcosa anche in Italia! In pratica i ragazzi si isolano e usano solo gli strumenti digitali per comunicare con l’esterno; si chiuduno nelle loro stanze e non escono più neppure per mangiare”. – Mentre lei aspettava rassicurazioni, io pensavo “Ecco, ci risiamo con l’allarmismo fine a se stesso, staccato dal contesto e gettato a bomba non per informare, ma per “criminalizzare” il web e creare disagio in tutti quei genitori che, giustamente, si preoccupano di essere educatori attenti e sensibili nei confronti di ragazzi che entrano nell’adolescenza e magari iniziano a chiudersi in camera…”

Hikikomori è un termine giapponese usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di hikiritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Tali scelte sono causate da fattori personali e sociali di varia natura…. (fonte: Wikipedia)

Non è mia intenzione negare l’esistenza del fenomeno in Europa e quindi in Italia, ma in ogni caso bisogna contestualizzare bene l’origine dello stesso per capire se effettivamente corriamo il periocolo di esserne travolti.

Il termine,  è nato negli anni ‘80 per indicare un preoccupante fenomeno diffusosi in Giappone all’incirca negli anni ’70.E’ la storia di un disagio relazionale piuttosto forte. Non è un caso che sia nato in Giappone dove esiste una cultura volta a estremizzare il valore della realizzazione sociale rispetto all’accettazione e comprensione dell’insuccesso. Nella società giapponese le aspettative che i genitori hanno sui figli in termini di successo professionale sono altissime e molti adolescenti, per paura di deludere, scelgono il ritiro sociale. L’autoesclusione sarebbe quindi una reazione dovuta al terrore dell’insuccesso, un preferire l’isolamento alla competizione.

L’Italia è estremamente differente dal Giappone, anche se bisogna riconoscere che la competizione e la corsa al successo sono questioni che negli ultimi anni ci stanno interessando a tutti i livelli, ad iniziare dalla scuola.

Ciò che però voglio porre al centro della riflessione è che, come quasi sempre accade, non è la Rete ad essere responsabile del fenomeno, ma la Rete è lo strumento attraverso il quale il disagio si manifesta e forse si amplifica.

famigliagiocoL’importanza e la cura delle relazioni, la collaborazione al posto della competizione, la comprensione e la flessibilità verso l’altro ci mettono al riparo da ogni possibile “fuga dalla realtà” perchè proprio le relazioni rendono interessante la realtà di ognuno di noi.

Educhiamo ed educhiamoci al ben-essere, mettiamo al primo posto la condivisione, lo stare insieme, le cene e i pranzi senza TV, la compassione (patire con) verso il debole, cerchiamo di creare momenti “sociali” anche per i nostri figli, dove possano avere un “tempo non organizzato” insieme ai loro amici e il fenomeno Hiki…che? rimarrà pressochè sconosciuto.amici

Generatori d’ansia – parte 3 – ansie da spiaggia

spiaggiaLa spiaggia è il luogo dove le ansie si moltiplicano, colpa forse del caldo o del mare che dicono innervosisca, non so, ma in una ventina di giorni ho fatto il pieno di preoccupazioni e paure che generano frustrazione nei bambini…e nei vicini di ombrellone!!!

Senso del pudore.

“Dai togliti il costume bagnato così poi andiamo a pranzo!”
“Voglio cambiarmi in bagno”
“Piantala! hai 5 anni non ti guarda nessuno!”

…e il bimbo disperato è costretto a cambiarsi continuando a guardarsi attorno piangendo. Perché non si dovrebbe rispettare il senso del pudore di un bambino? Qual è il problema? Salire le scale e portarlo nello spogliatoio dove fa caldo?
Avere vergogna del proprio corpo nudo è legittimo e ci permette di proteggere la nostra intimità (oggi molto esposta). A tutti i bambini ad un certo punto viene naturale e credo sia importante rispettare questa fase se vogliamo poi alimentare un po’ più avanti il senso del rispetto verso sé stessi.

Non devi avere paura: ci sono io!

Questa è la tipica frase di quei genitori che credono di sentirsi in dovere di portare i bimbi in mare contro la loro volontà. Vi è mai capitato di vedere un bambino pacifico sulla riva del mare, che gioca con paletta e secchiello? è beato, gioca con l’acqua che gli lambisce i piedi, costruisce qualcosa con la sabbia, scava, distrugge e ricomincia senza stancarsi; ad un  certo punto arriva l’adulto, lo prende e lo porta in acqua. Grida di terrore, il bimbo si dimena, tira su le gambe in modo da evitare di essere immerso in mare ma NIENTE l’adulto insiste, lo deve bagnare assolutamente cercando di rassicurarlo.

spiaggiasecchioOnestamente mi chiedo il perché di tanta ostinazione. E’ così difficile capire che i bambini possono avvicinarsi all’acqua gradatamente, giocando, senza pretendere che diventino come Rosolino in quindici giorni. Il mare è “una quantità d’acqua in movimento”, la sabbia è una superficie instabile è normale per un bambino piccolo averne timore. Se l’intento del genitore è quello di fare in modo che il piccolo familiarizzi con l’acqua ecco che le forzature non faranno altro che dare l’effetto contrario. Usiamo il buon senso.

Non giocare con la sabbia!

Questa è l’affermazione più paradossale che ho sentito in questi giorni! Il bimbo torna a riva, si fa la doccia per togliere il sale (che sembra faccia danni irreparabili!!! Mah!), si asciuga, si cambia (anche il costume bagnato è causa di danni !?!?), fa un po’ di merenda e poi inizia a giocare con paletta e secchiello vicino all’ombrellone. All’improvviso l’urlo: “non giocare con la sabbia!!!”. Ora io dico, ma con cosa dovrebbe giocare un bambino al mare? dovrebbe mettersi sula sdraio a prendere il sole? o leggere le notizie sul quotidiano? o fare un’ora di meditazione yoga?
La preoccupazione di questa mamma (che però non è sola, ne ho sentito altre) è che il bimbo si sporca, poi una volta a casa, bisogna rifare la doccia!!!

Un consiglio: se andate al mare, cercate di rilassarvi, giocate con i bambini e lasciateli liberi di sporcarsi, riempirsi di sabbia, non forzateli a fare cose che non vogliono fare, lasciate che tutto avvenga naturalmente e rispettate i loro tempi. Insomma rilassatevi e usate buon senso, e poi cosa vi piaceva fare in spiaggia all’età dei vostri figli? A volte tornare indietro con la memoria aiuta.

Buone vacanze

Generatori d’ansia – Parte 2 – La prestazione

Credo che la nostra possa essere riconosciuta come “la società della prestazione“.

prestazioneL’importanza della prestazione emerge in qualsiasi campo e attraverso qualsiasi mezzo di comunicazione e mette in ombra qualsiasi altra caratteristica della persona. La moda propone modelli di perfezione irraggingibili, corpi statuari, gambe perfette, linee al limite dell’anorressia (ringraziamo photoshop per tutta questa perfezione al limite del possibile, ma non diciamolo a nessuno). Talent show dove l’antagonismo è spinto all’eccesso e il giudizio è spesso categorico e distruttivo. Talk show dove non c’è il confronto ma la gara al più scaltro, a chi fa la voce più grossa, a chi è più aggressivo e quindi anche più efficace.

unoEssere i numeri uno è essenziale per avere valore.

E noi? Come ci comportiamo rispetto alla prestazione? Siamo sicuri di essere indifferenti al clima che respiriamo? Siamo veramente impenetrabili?

“Perchè hai preso solo 7? potevi benissimo prendere 8!”, ” Scommetto che Marco ha preso più di te!”, “Se non prendi 8, non vai al compleanno di Silvia!”. Non è inusuale sentire queste frasi.

La domanda classica all’uscita della scuola è: “com’è andata a scuola oggi?” e la risposta che ci sentimo dare è “Bene”, a cui di solito segue “Cosa avete fatto?” “Niente!” (6 -7 ore di nulla…difficile da credere).

Oppure, a fronte di una prova “Com’era la verifica? e sei riuscito a farla tutta?” difficilmente si dice “Eri agitato durante la verifica? Come ti sei sentito di fronte alle domande?”.

Avete mai provato a chiedere “come ti sei sentito oggi a scuola?”; se vostro figlio non è abituato a domande di questo tipo, nel migliore dei casi vi risponderà “In che senso?”

Risultato, voto, prestazione sono gli unici parametri su cui ci muoviamo perdendo di vista il lato emotivo, le inclinazioni e le caratteristiche della persona che abbiamo di fronte; perdiamo di vista anche l’importanza del tempo; ogni individuo ha tempi differenti di apprendimento e di maturazione, la corsa al voto eccellente ha come logica conseguenza solo una grande frustrazione.

Vedo schiere di genitori preoccupati dei voti e non del vero apprendimento, contestano i giudizi dei docenti e tendono a proteggere i ragazzi dagli insuccessi e spesso mi chiedo se questi giudizi pesano più su di loro o sui loro figli. Sono così preoccupati dal voto che auspicano anche prove più semplici, maggiori facilitazioni senza pensare che una prova è tale quando ha una sua ragionevole difficoltà.

Il debito a settembre è visto spesso come un onta e non come un modo per migliorare o riempire delle lacune. In effetti neppure la parola “debito” è appropriata, sarebbe meglio parlare di “recupero formativo” che pedagogicamente ha il suo valore: se un ragazzo non ha studiato è giusto che capisca che nulla è regalato, ci vuole impegno e costanza per raggiungere gli obiettivi; per chi ha studiato, ma non è sufficiente, è un modo per approfondire e comprendere ciò che non è chiaro; per chi ha avuto difficoltà di apprendimento è un’occasione per prendersi del tempo e studiare con più calma.

esamiRitengo che il “recupero formativo” sia valido anche per coloro che hanno un DSA. Se il ragazzo ha avuto gli strumenti adeguati per raggiungere i suoi risultati e non è riuscito, è giusto che abbia più tempo per recuperare. Non si tratta di minare la sua autostima, ma di lavorare sui punti di forza per migliorare con maggior tempo. A mio avviso questo vale non solo per il recupero a settembre, ma anche per i voti. Anche per un DSA deve esistere un voto negativo altrimenti si rischia di falsare tutto. La vita poi non ci risparmia nulla e la scuola è una palestra, una piccola società dove si sperimenta quello che poi sarà la vita adulta.

La focalizzazione al risultato ha messo in secondo piano l’importanza pedagogica erroredell’errore. L’errore o il giudizio negativo oggi sono sinonimi di inadeguatezza e non uno stimolo al miglioramento, un momento di pausa per approfondire meglio, un modo per capire e cambiare strategia. Sbagliare è nella logica del vivere quotidiano, non è una vergogna, l’errore induce a riflettere sul nostro comportamento, ci permette di fare un po’ di introspezione per conoscere meglio i nostri limiti e le nostre possibilità.

bimboCredo che noi adulti dobbiamo ripensare al valore della persona come essere imperfetto che impara se sbaglia, l’errore o il risultato negativo sono stimoli che dovrebbero farci crescere soprattutto come esseri umani, è solo cadendo che il bambino impara a camminare avendo sempre più la percezione di sè e del mondo circostante.

Concludo con una frase Montaigne:

“è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”.

La testa ben fatta non è quella piena di nozioni (che portano anche ottimi voti) ma è quella che sa mettere in relazione le informazioni, sa ragionare e sa dubitare; è quella che è in grado di riconoscere e perdonare i propri errori e imparare da essi.

Se vuoi clicka per leggere “Generatori d’ansia – Parte 1 – La valutazione”

 

Generatori d’ansia – Parte 1- La valutazione

Siamo ormai al termine dell’anno scolastico, che per molti significa chiudere un ciclo per passare poi a settembre ad un grado superiore con nuove sfide e nuove opportunità di crescita.

E’ questo il tempo dei bilanci, degli scrutini, dei giudizi e dei consigli per chi dovrà passare ad un livello di scuola superiore. I genitori, a diversi gradi, si interrogano sulle capacità e sulle possibilità dei propri figli nell’ottica di fare le scelte più opportune per il loro futuro.

E qui inizia l’ANSIA.cbrown

In parte, essa è giustificata dal fatto stesso di essere genitori, di amare i propri figli e di volere per loro il meglio, in parte è alimentata da coloro che definisco i GENERATORI D’ANSIA.

In modo particolare, ho in mente il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria. Da più parti, in questi ultimi giorni, ho sentito parlare di “sospetto dsa”, “sospetto dislessia”, “sospetto ADHD” riferito a bimbi che non hanno ancora iniziato a leggere, scrivere e far di conto, se non in misura assai ridotta.

Poco si parla invece delle abilità apprese rispetto all’inizio del percorso, poco si dice delle inclinazioni del bambino, del carattere, delle capacità di relazione acquisite. Tutto passa in secondo piano rispetto ad un qualcosa che ha a che fare strettamente con la prestazione.

Si inizia ad innescare un processo volto all’osservazione del bambino solo dal punto di vista dei risultati che devono tendere ad omologarlo alla maggioranza, altrimenti per lui è già pronta un’etichetta: dislessico, discalculico, disortografico, iperattivo.

Io vorrei cercare, per quanto mi è possibile, di porre l’accento su aspetti che invece potrebbero veramente fare la differenza nella vita del bambino, vedo di riassumerne alcuni:

  1. UNA DIAGNOSI  DI DSA è possibile solo nel corso se non verso la fine del secondo anno di scuola primaria. Diffidate, cari genitori da chi alla scuola dell’infanzia cerca di convincervi del contrario.
  2. Pretendete di conoscere gli aspetti emotivi che caratterizzano vostro figlio quando entra in relazione con gli altri, come si comporta con le regole, come reagisce ad eventuali rimproveri.
  3. Ricordatevi che i nostri figli sono differenti da come li vediamo e viviamo noi nel contesto familiare.
  4. Fatevi dire quali sono le inclinazioni dei vostri bambini, senza pretendere che siano esaustive o volte al risultato; se mio figlio ha un’inclinazione artistica non devo necessariamente pensare che sarà il nuovo Picasso, è sufficiente sapere che ama disegnare, ama i colori, è particolarmente sereno quando usa pastelli o pennarelli.
  5. Chiedete alle insegnanti se il bambino ha difficoltà a stare con gli altri o se invece ha una buona dose di empatia (cosa che gli permetterà di saper stare bene in un contesto sociale anche senza essere Einstein); quali sono le sue paure, le aree di migliormento dove la famiglia può fare la differenza.
  6. Chiedete se vostro figlio è creativo ed intuitivo. E’ la creatività ciò di cui abbiamo bisogno non di teste piene di dati e nozioni fini a se stesse.

Potrei andare avanti ancora, ma poi rischio di diventare noiosa; una cosa però mi sembra di fondamentale importanza, non cadete nel rischio dell’etichetta e dell’omologazione.

essumanoL’essere umano è unico, ma ha molteplici sfaccettature, non può essere catalogato e racchiuso in una definizione altrimenti si rischia di non dare libertà di espressione alle mille risorse che ognuno di noi possiede.

 

Metti un sabato sera…

chefUn’introduzione all’articolo sul canale You Tube
#eduCare4.0

…metti uno di quei sabati in cui senti tutto il peso della settimana, l’unico desiderio è quello di rilassarsi in famiglia e allora pizza a domicilio e film leggero.

Ed ecco che mi capita di scegliere “Chef: la ricetta perfetta” perchè tra gli attori c’è anche Dustin Hoffman, uno dei miei preferiti.

Il film, narrando la vicenda di un cuoco affermato, ma con una separazione alle spalle e un figlio di 10 anni, mette in luce diversi aspetti educativi e coniuga, sullo sfondo, tecnologia, conoscenza, genitorialità ed educazione.

TECNOLOGIAtwitter e chef
L’uso di twitter pervade tutto il film. Il padre-cuoco è molto bravo nel suo lavoro, ma un po’ meno come marito e padre. Il figlio di 10 anni è un ragazzino sveglio, sempre connesso; è proprio parlando di Twitter con il bambino, senza approfondirne bene il funzionamento che il padre si rovina la carriera. Un messaggio sbagliato inviato a tutti invece che privatamente a colui che aveva scritto una recensione negativa sulla sua cucina, porterà il cuoco a rimanere senza lavoro.
Sarà il figlio, che con un uso adeguato del digitale, porterà il padre al successo. Di fronte ad una massa di clienti inaspettati, il padre guarda il figlio e chiede spiegazioni. Il figlio insegna al padre e inizia un dialogo tra due generazioni distanti, ma che vogliono comprendersi.
Spesso mi chiedo se di fronte alla tecnologia abbiamo la capacità di renderci umili e imparare dai nostri figli; è un’azione potente, un’iniezione di autostima per i nostri ragazzi che si sentiranno competenti e capaci di insegnare agli adulti.

figliochefIL RAPPORTO PADRE-FIGLIO
Se all’inizio il padre è concentrato sul suo lavoro, sulla fama e il successo, quando rimane disoccupato non ha più scuse e grazie all’aiuto dell’ex-moglie dovrà portare con sè il figlio e recupererà un rapporto un po’ in crisi. Due i passaggi che mi hanno colpito:

  1. Il figlio, dopo una chiacchierata con il padre, gli fa notare che ama molto parlare con lui e che non è necessario fare sempre delle cose insieme ma è bello anche solo chiacchierare.
    Quante volte riempiamo il tempo con i nostri figli con delle attività tralasciando, inconsapevolmente, il dialogo? Forse ci preoccupiamo di rendere quei momenti il più possibile divertenti, ricchi, spensierati dimenticandoci dell’importanza del confronto, della parola e dei pensieri.
  2. Il padre riconosce davanti al figlio che non è stato un nè un bravo marito, nè un bravo padre perchè è solo un bravissimo cuoco e cucinare è l’unica cosa che sa fare bene. Da quel momento inizia a mettere insieme le due cose, paternità e cucina, coinvolgendo il piccolo nel suo lavoro.
    Acquista un furgone a Miami e inizia a cucinare cibo da strada, aiutato dal figlio e da un suo vecchio amico.
    chef e figlioIl tema che salta fuori è quello della condivisione: cosa può condividere un padre impacciato con un bambino che chiede solo di essere visto e considerato? Attraverso il lavoro, il padre gli trasmette fiducia, apprezzamento, lo fa sentire importante e competente. Spesso i figli chiedono di “essere visti” per ciò che sono e vogliono essere coinvolti nella nostra vita e magari noi un po’ per proteggerli un po’ per fretta li lasciamo ai margini.

LA COPPIA SCOPPIA, MA I GENITORI RESTANO

In tutto il film emerge un rapporto molto bello tra i genitori che hanno smesso di essere coppia, ma che sono rimasti integri come genitori. Non una parola da parte della madre quando il padre dimostra di essere disattento nei confronti del figlio (solo un gioco di sguardi, disapprovazione da un lato e dispiacere dall’altro). Un marito sempre coerente di fronte alle richieste del figlio: “chiedi alla mamma”, “se la mamma è d’accordo”. Una ex-moglie che, in punta dei piedi, aiuta il marito perchè sa che quello è il solo modo per non screditarlo agli occhi del figlio. famiglia_chefQuesto film è una commedia e quindi ha un lieto fine, nella vita per le coppie che si separano non è previsto un lieto fine che vede il ricostituirsi della coppia, ma questa storia permette di riflettere sull’importanza di rimanere genitori. La sicurezza e parte del benessere dei figli deriva proprio dal vivere una genitorialità responsabile e consapevole da parte di madre e padre. Rispettare l’altro, non giudicare, comprendere e aiutarsi per il bene dei figli, è un dovere degli adulti.

Chef – La ricetta perfetta (Chef) è un film del 2014 scritto, diretto, prodotto ed interpretato da Jon Favreau distribuito da Warner Bross

 

 

 

Dalla scuola di Volpedo: dare senso ad un progetto.

Ormai da tempo mi occupo di “Cittadinanza Digitale” nelle scuole e anche quest’anno ho avuto modo di incontrare diversi ragazzi con cui ho affrontato il tema della presenza nel mondo virtuale.

Come tutti i progetti educativi che prevedono l’intervento di consulenti esterni anche questo richiede un lavoro che dia senso e seguito a quanto fatto insieme, per avere una ricaduta sui ragazzi. Questo compito spetta sicuramente ai docenti ma anche alle famiglie, ruoli differenti, ma assolutamente complementari. Contenere e indirizzare la curiosità e la voglia di esplorare il mondo, come caratteristiche proprie dei ragazzi, è compito degli adulti stare al loro fianco.

volpedoLa scuola di Volpedo mi ha invitata il 21 aprile ad assistere al lavoro che i ragazzi hanno prodotto dopo i miei interventi sulla “cittadinanza digitale”. Un insieme di slide, ben articolate, uno schema riassuntivo di punti principali, alcune frasi e parole che mi hanno commossa.

A loro e ai loro docenti dico grazie dell’opportunità e dell’esperienza che mi hanno dato e spero che il loro lavoro sia d’esempio ad altri e testimonianza di come le buone prassi esistono e si devono evidenziare.

#eduCare4.0 al liceo nei giorni dedicati

liceoI ragazzi del Liceo Galilei di Voghera mi hanno chiamata per parlare di Social Network e reputazione durante i giorni dedicati, in cui solitamente organizzano diverse iniziative tra cui la proiezione di film, l’intervento di esperti su tematiche particolari, giochi e altro ancora.

Ero già stata invitata negli anni precendenti, una volta per parlare di sicurezza in Rete e l’anno succesivo di leadership. Quest’anno ho pensato di coinvolgere il team di #eduCare4.0 e proporre dei laboratori per sperimentare dal vivo ciò che accade in una comunicazione mediata dai dispositivi digitali.

liceo_anonimoMonica D’alessandro Pozzi ed io, abbiamo condotto i laboratori durante le due fasce orarie a cui siamo state invitate, mentre Sylvia Baldessari ed Alessandro Curti ci hanno seguito su twitter dando vita ad un live twitting in collaboarazione con alcuni dei ragazzi presenti; un modo, questo, per dimostrare come la tecnologia possa essere utile a diffondere ciò che sta avvenendo in modo da dare un’immagine positiva e utile alle azioni e agli attori.

Allestire un laboratorio richiede il sapersi mettere in gioco dei partecipanti. I ragazzi non sono abituati, nel contesto scolastico, a partecipare attivamente e in prima persona, temono il confronto, le razioni e i giudizi. Questo ha portato inizialmente a qualche resistenza, ma poi il clima si è scaldato e la partecipazione è stata coinvolgente, divertente con delle riflessioni importanti in modo particolare sulla reputazione on line.
La conclusione dei laboratori ha portato i ragazzi a partecipare insime a Monica alla costruzione di un breve video che vuole essere un assaggio di ciò che è accaduto.

Lo abbiamo rimontato con qualche aggiunta; buona visione.

“Dal virtuale al reale per vedere l’effetto che fa!”