Quanto sono profonde le proprie radici?

pzzalibert…..e le radici sono o hanno un valore? Sono nata ad Alessandria, ma vivo a Voghera ormai da più di 20 anni, dove ho un lavoro, degli amici, una casa e molte altre cose che rendono questa “adozione” piuttosto piacevole.

Ma ogni volta che sento parlare di Alessandria, qualcosa di molto profondo risuona dentro di me e queste domande iniziano, puntualmente, a frullarmi nella testa. Ora, a pochi giorni dalla partita Alessandria – Milan (che mi ha vista diventare una tifosa sfegatata per i Grigi, naturalmente ) ho deciso di provare a dare forma ai miei pensieri.

radiciNascere significa mettere le radici e fare in modo che sprofondino in un terreno che andrà a formare cultura, storia, tradizioni, esperienza, e ricordi. Le radici, oltre ad andare in profondità, si intrecciano con tutto ciò che ci circonda e che entra a far parte della storia di ognuno di noi, le situazioni, gli incontri, gli amici, i compagni di scuola, ma anche i cambiamenti della città, del luogo in cui si vive, del quartiere, della stessa casa.

Finchè tutto questo si vive, si dà per scontato: sono cose che accadono, il legame con ciò che ci circonda è qualcosa che non si percepisce perchè se ne è parte.

Ho lasciato Alessandria a 21 anni, l’ho fatto con convinzione, giudicavo la città povera di sbocchi, volevo più di quanto una città di provincia potesse offrire, tutti i miei più cari amici, fidanzato compreso, lavoravano a Milano ed erano soddisfatti, io in provincia soffocavo. E quindi via! La storia poi mi ha portato a vivere in una cittadina molto piccola e non me ne pento. Ma le radici? Come ci si sente lontani dal proprio “nido”?

csoromaQuando torno nella mia città provo un sentimento di gioia mista a profonda tristezza. Sono sempre felice di tornare, ma sono triste per non essere stata parte del cambiamento del mio “nido”; vie, palazzi, la scuola hanno diverse fisionomie, non sono più ciò che erano un tempo, ma io non ho vissuto il percorso di cambiamento, io ero altrove. Eppure il legame esiste ed è profondo, un legame che non ho con Voghera dove la mia storia non è iniziata dal primo vagito, non ha posto le radici in modo così profondo.

Non credo che ciò si possa definire “sradicamento” piuttosto mi sento di dire che le mie radici non sono più intrecciate, sono profonde, ma non intrecciate.

Ecco perchè ogni volta che mi chiedono: “da dove vieni?” , io rispondo: “almilanda Voghera, ma sono di Alessandria”, o quando vedo un cappello Borsalino o un profumo Paglieri, oppure se i Grigi arrivano a giocare la semifinale di Coppa Italia contro il Milan, provo un po’ di orgoglio e mi sento comunque profondamente alessandrina.

 

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La principessa e le scarpe rosse

scarpe rosseGuardava le sue scarpe rosse e la sua mente viaggiava tra i ricordi di quando, da bambina, il suo papà gliene regalò un paio: “ecco, mia piccola principessa, le tue scarpe rosse, quelle che abbiamo visto insieme, sono tue, perché solo una principessa come te le può indossare”.

E quelle scarpe erano diventate un rito per i giorni di festa: le domeniche, il giorno di compleanno, la Pasqua; le mise finchè il piede non crebbe, poi le conservò in una scatola in ricordo del suo papà che aveva lasciato questo mondo troppo presto.

Ma arrivò presto un principe, sì lui era proprio un principe, bello, simpatico, gentile e sempre sicuro di sé, simile al suo caro papà e si innamorò. “Sei la mia principessa” – le diceva – ” i tuoi amici e le tue amiche non ti meritano, ti invidiano, non ti capiscono, ma con te ci sono io!” Era incredibile il modo con cui si prendeva cura di lei.

Lui era capace di farla sentire sempre al centro delle sue attenzioni, proprio come faceva il suo papà. Quando stava con lui niente aveva importanza, nè gli amici, nè gli affetti più cari. Presto diventò inutile anche il lavoro “Le principesse non lavorano” – le ripeteva.

Allontanati gli amici, lasciato il lavoro, la principessa si convinse che quello doveva essere l’amore vero e lo sposò.

Ora guardava le sue scarpe rosse, ma il rosso era sangue e non il colore delle scarpe, il suo principe si era presto traformato in orco, si era insinuato nei pensieri attirandola in un inferno fatto di offese, condizionamenti e ora anche di percosse.

scarpe e sangue“Le scarpe sono fatte per camminare” – si disse, prese coraggio e se ne andò, ma conservò per sempre le scarpe macchiate di rosso per ricodare a se stessa che c’è sempre una via d’uscita, che si può rinascere e vivere una seconda vita piena di amore e di rispetto.

Una storia inventata così per caso un anno fa.

 

Expo 2015…in giro per il mondo

 

expoFinalmente il giorno dedicato all’Expo è arrivato! Sabato 19 settembre…sì proprio sabato, il giorno da delirio, ma all’Expo si va con tutta la famiglia!

La giornata è stata preparata con cura, sveglia alle 6.30, colazione, scarpe comode, zainetto e via.

Come previsto c’è moltissima gente, ma sia per la navetta che troviamo al parcheggio, sia all’entrata tutto si svolge abbastanza velocemente.

Vista la coda al padiglione zero decidiamo di saltarlo e di arrivare al Decumano. Visitiamo subito la Repubblica Ceca che non ci entusiasma, ma non c’era coda…

Proseguiamo convinti che sia importante andare nei padiglioni di paesi che difficilmente potremo visitare con un viaggio dedicato, quindi evitiamo Italia ed Europa e affrontiamo le code accettabili per Africa e Oriente.

turkemenistanVisitiamo il Bangladesh, dove assaporiamo degli involtini ripieni di carne e verdura, piccanti e gustosi. Entriamo in Costa d’Avorio accolti dalle piante di cacao, pranziamo in Mexico con tacos e nachos piccanti accompagnati da una birra Corona con l’immancabile fettina di lime. Prendiamo un caffè turco e poi anche quello italiano, proseguiamo in Turkmenistan e scopriamo che producono dei tappeti meravigliosi.

indonesiaAndiamo in Indonesia che ci accoglie all’esterno con le foto dei presidenti che si sono susseguiti dalla metà del 1900 ad oggi. All’interno c’è una statua della dea dei raccolti, poi tavoli di spezie e oggetti caratteristici.

USACon poca curiosità entriamo nel padiglione degli Stati Uniti d’America perché la stanchezza inizia a farsi sentire e qui la coda è poca. In perfetto stile americano assistiamo a dei filmati che fanno riflettere sul junk food e sull’alimentazione sana. Un confronto apprezzabile.

All’uscita veniamo attratti dall’aperitivo slow food non prima di aver visitato il padiglione, naturalmente: bello, veramente bello! Perfettamente in linea con il tema dell’Expo.

E’ ora di cena, andiamo in Turchia e gustiamo un buon kebab. Siamo stanchissimi e decidiamo di tornare indietro passando per il Congo e per l’Afganistan. Mentre torniamo a casa penso a cosa mi rimane di questa visita:

cacaospeziezafferano

  • i profumi delle spezie.
  • l’accattivante esperienza olfattiva dei semi contenuti nelle mani che spuntano da una parete del padiglione turco.
  • Il signore anziano dell’Afganistan, con gli occhi cerchiati da una leggera riga di kajal, che porge un barattolo pieno di zafferano invitando ad annusarlo. Il profumo è intenso come lo sguardo di chi lo porge.
  • Il cibo piccante e speziato attraverso cui si impara a conoscere la diversità di culture altre da noi.
  • Odori e sapori forti che ti trasportano in terre lontane.
  • Cibo che riesce a far percepire il lavoro nei campi di riso, di mais, nelle piantagioni di caffè e di cacao.
  • Il rammarico di non aver visto Giappone, Marocco, Cina, Katar e altri paesi dell’Africa, ma li riservo per la prossima visita.

Certo, poi ci sono le lunghe code, le polemiche, il caldo, la maleducazione (soprattutto italiana), ma questa è una storia che non mi appartiene.

 

Metti un sabato sera…

chefUn’introduzione all’articolo sul canale You Tube
#eduCare4.0

…metti uno di quei sabati in cui senti tutto il peso della settimana, l’unico desiderio è quello di rilassarsi in famiglia e allora pizza a domicilio e film leggero.

Ed ecco che mi capita di scegliere “Chef: la ricetta perfetta” perchè tra gli attori c’è anche Dustin Hoffman, uno dei miei preferiti.

Il film, narrando la vicenda di un cuoco affermato, ma con una separazione alle spalle e un figlio di 10 anni, mette in luce diversi aspetti educativi e coniuga, sullo sfondo, tecnologia, conoscenza, genitorialità ed educazione.

TECNOLOGIAtwitter e chef
L’uso di twitter pervade tutto il film. Il padre-cuoco è molto bravo nel suo lavoro, ma un po’ meno come marito e padre. Il figlio di 10 anni è un ragazzino sveglio, sempre connesso; è proprio parlando di Twitter con il bambino, senza approfondirne bene il funzionamento che il padre si rovina la carriera. Un messaggio sbagliato inviato a tutti invece che privatamente a colui che aveva scritto una recensione negativa sulla sua cucina, porterà il cuoco a rimanere senza lavoro.
Sarà il figlio, che con un uso adeguato del digitale, porterà il padre al successo. Di fronte ad una massa di clienti inaspettati, il padre guarda il figlio e chiede spiegazioni. Il figlio insegna al padre e inizia un dialogo tra due generazioni distanti, ma che vogliono comprendersi.
Spesso mi chiedo se di fronte alla tecnologia abbiamo la capacità di renderci umili e imparare dai nostri figli; è un’azione potente, un’iniezione di autostima per i nostri ragazzi che si sentiranno competenti e capaci di insegnare agli adulti.

figliochefIL RAPPORTO PADRE-FIGLIO
Se all’inizio il padre è concentrato sul suo lavoro, sulla fama e il successo, quando rimane disoccupato non ha più scuse e grazie all’aiuto dell’ex-moglie dovrà portare con sè il figlio e recupererà un rapporto un po’ in crisi. Due i passaggi che mi hanno colpito:

  1. Il figlio, dopo una chiacchierata con il padre, gli fa notare che ama molto parlare con lui e che non è necessario fare sempre delle cose insieme ma è bello anche solo chiacchierare.
    Quante volte riempiamo il tempo con i nostri figli con delle attività tralasciando, inconsapevolmente, il dialogo? Forse ci preoccupiamo di rendere quei momenti il più possibile divertenti, ricchi, spensierati dimenticandoci dell’importanza del confronto, della parola e dei pensieri.
  2. Il padre riconosce davanti al figlio che non è stato un nè un bravo marito, nè un bravo padre perchè è solo un bravissimo cuoco e cucinare è l’unica cosa che sa fare bene. Da quel momento inizia a mettere insieme le due cose, paternità e cucina, coinvolgendo il piccolo nel suo lavoro.
    Acquista un furgone a Miami e inizia a cucinare cibo da strada, aiutato dal figlio e da un suo vecchio amico.
    chef e figlioIl tema che salta fuori è quello della condivisione: cosa può condividere un padre impacciato con un bambino che chiede solo di essere visto e considerato? Attraverso il lavoro, il padre gli trasmette fiducia, apprezzamento, lo fa sentire importante e competente. Spesso i figli chiedono di “essere visti” per ciò che sono e vogliono essere coinvolti nella nostra vita e magari noi un po’ per proteggerli un po’ per fretta li lasciamo ai margini.

LA COPPIA SCOPPIA, MA I GENITORI RESTANO

In tutto il film emerge un rapporto molto bello tra i genitori che hanno smesso di essere coppia, ma che sono rimasti integri come genitori. Non una parola da parte della madre quando il padre dimostra di essere disattento nei confronti del figlio (solo un gioco di sguardi, disapprovazione da un lato e dispiacere dall’altro). Un marito sempre coerente di fronte alle richieste del figlio: “chiedi alla mamma”, “se la mamma è d’accordo”. Una ex-moglie che, in punta dei piedi, aiuta il marito perchè sa che quello è il solo modo per non screditarlo agli occhi del figlio. famiglia_chefQuesto film è una commedia e quindi ha un lieto fine, nella vita per le coppie che si separano non è previsto un lieto fine che vede il ricostituirsi della coppia, ma questa storia permette di riflettere sull’importanza di rimanere genitori. La sicurezza e parte del benessere dei figli deriva proprio dal vivere una genitorialità responsabile e consapevole da parte di madre e padre. Rispettare l’altro, non giudicare, comprendere e aiutarsi per il bene dei figli, è un dovere degli adulti.

Chef – La ricetta perfetta (Chef) è un film del 2014 scritto, diretto, prodotto ed interpretato da Jon Favreau distribuito da Warner Bross

 

 

 

A proposito di sport, educazione e collaborazione

pallavoloHo ritrovato in Rete pochi giorni fa una riflessione sulla pallavolo scritta da Mauro Berruto, Commissario tecnico della nazionale maschile di pallavolo, che mi ha permesso di ripensare a come questo sport in particolare formi lo spirito di gruppo, e di cooperazione.

Ogni volta che qualche genitore mi chiede consigli su uno sport per il proprio figlio, che sia timido e introverso o agitato e accentratore, io puntualmente rispondo: pallavolo!
– “Perchè?”
– “Perchè ti insegna a stare al mondo e a vivere in gruppo”
– “Ma come? Anche gli altri sport, presuppongono una squadra e quindi un gruppo”
– “Sì, ma non come la pallavolo”

Nella pallavolo il concetto di interdipendenza è quasi esasperato, tanto che il singolo sparisce. Ogni gesto, ogni ruolo, ogni passaggio e ogni movimento ha significato in un contesto di gruppo, in una sincronia e in una gestualità condivisa altrimenti l’azione non ha senso e determina un fallimento. Si è bravi tutti insieme, singolarmente non si avrebbe alcun significato. Questa è la forza di un gruppo, riuscire a valorizzare le differenti individualità per arricchire tutti, perchè in un gruppo il risultato è sempre maggiore della somma dei suoi elementi. E questo nella pallavolo è tangibile.

In una società votata all’individualismo e alla competizione senza quartiere, crescere con le regole e la pratica della pallavolo significa essere educati a procedere contro corrente e questo mi piace sia come educatore, ma soprattutto come genitore.

Buona lettura

La pallavolo è lo sport più pericoloso che esista

Mi rivolgo a voi in quanto esseri adulti, razionali e con la testa ben piantata sulle spalle. Preferisco essere proprio io a dirvelo, con cognizione di causa e prima che lo scopriate sulla vostra pelle: la pallavolo è lo sport più pericoloso che esista.

Vi hanno ingannato per anni con la storia della rete, della mancanza di contatto fisico, del fair play. Ci siamo cascati tutti, io per primo, il rischio è molto più profondo subdolo. Prima di tutto questa cosa del passaggio…In un mondo dove il campione è colui che risolve le partite da solo, la pallavolo, cosa si inventa? Se uno ferma la palla o cerca di controllarla toccandola due volte consecutivamente, l’arbitro fischia il fallo e gli avversari fanno il punto. Diabolico ed antistorico: il passaggio come gesto obbligatorio per regolamento in un mondo che insegna a tenersi strette le proprie cose, i propri privilegi, i propri sogni, i propri obiettivi. Poi quella antipatica necessità di muoversi in tanti in uno spazio molto piccolo. Anzi lo spazio più piccolo di tutti gli sport di squadra! 81 metri quadrati appena… Accidenti, ci mettiamo tanto ad insegnare ai nostri figli di girare al largo da certa gentaglia, a cibarsi di individualismo (perché è risaputo che chi fa da sé fa per tre), a tenersi distanti da quelli un po’ troppo diversi e poi li vediamo tutti ammassati in pochi metri quadrati, a dover muoversi in maniera dannatamente sincronica, rispettando ruoli precisi, addirittura (orrore) scambiandosi ‘cinque’ in continuazione.

Non c’è nessuno che può schiacciare se non c’è un altro che alza, nessuno che può alzare se non c’è un altro che ha ricevuto la battuta avversaria. Una fastidiosa interdipendenza che tanto è fondamentale per lo sviluppo del gioco che rappresenta una perfetta antitesi del concetto con cui noi siamo cresciuti e che si fondava sulla legge: ‘La palla è mia e qui non gioca più nessuno’. Infine ci si mette anche il punteggio e il suo continuo riazzeramento alla fine di ogni set. Ovvero, pensateci: hai fatto tutto benissimo e hai vinto il primo set? Devi ricominciare da capo nel secondo. Devi ritrovare energia, motivazioni, qualità tecniche e morali. Quello che hai fatto prima (anche se era perfetto) non basta più, devi rimetterlo in gioco. Viceversa, hai perso il set precedente? Hai una nuova oggettiva opportunità di ricominciare da capo. Assolutamente inaccettabile per noi adulti che lottiamo per tutta la vita per costruire la nostra zona di comfort dalla quale, una volta che ci caschiamo dentro, guai al mondo di pensare di uscire. Insomma questa pallavolo dove la squadra conta cento volte più del singolo, dove i propri sogni individuali non possono che essere realizzati attraverso la squadra, dove sei chiamato a rimettere in gioco sempre ed inevitabilmente quello che hai fatto, diciamocelo chiaramente, è uno sport da sovversivi! Potrebbe far crescere migliaia di ragazzi e ragazze che credono nella forza e nella bellezza della squadra, del collettivo e della comunità. Non vorrete correre questo rischio, vero? Anche perché, vi avviso, se deciderete di farlo… non tornerete più indietro.

Mauro Berruto Commissario Tecnico della nazionale maschile di pallavolo (Testo pubblicato sul volume ‘Sogni di gloria. Genitori, figli e tutti gli sport del momento’ della collana ‘Save the parents’ di Scuola Holden edito da Feltrinelli)

 

Insegnare con una canzone

I recenti fatti di Parigi hanno sconvolto tutti noi, chi fa educazione si sarà chiesto come affrontare un discorso così complesso con i ragazzi: parlo di libertà, di rispetto, di terrorismo? Faccio un lungo discorso che spiega la storia del medio oriente e delle relazioni con l’America? O inizio facendo delle domande?

Credo che queste siano alcune delle domande che molti insegnanti si sono posti. La professoressa di un liceo ha trovato un modo, a mio avviso, efficace per spingere i suoi ragazzi a riflettere.

“Cercate su Internet e scoltate la canzone China Town di Caparezza, fate le vostre considerazioni e poi ci confrontiamo tutti insieme”

La canzone è un inno alla scrittura come strumento di pensiero, ma non solo. China non è Cina in inglese ma è l’inchiostro, la scrittura diventa una città, un mondo dove rifugirasi , dove trovare la forza di esprimere i pensieri e le sensazioni più profonde. La scrittura come fonte di libertà non solo di pensiero, ma libertà da ciò che ci circonda. La scrittura come strumento di creazione artistica senza artefatti tecnologici.

Ecco alcuni versi:

“Non è la fede che ha cambiato la mia vita, ma l’inchiostro
che guida le mie dita, la mia mano, il polso”

“Non è la droga a darmi la pelle d’oca ma
pensare a Mozart in mano la penna d’oca là
sullo scrittoio a disegnare quella nota Fa
la storia senza disco nè video nè social”

“China Town, il mio Gange
la mia Terra Santa
la mia Mecca.
Il prodigio che da voce a chi non parla
a chi balbetta”

“Li si coltiva la pazienza degli emanuensi,
l’inchiostro sa quante frasi nascondono i silenzi”

Sarebbe bello sentire i commenti e le riflessioni dei ragazzi e “invidio” un po’ la professoressa che avrà questa fortuna.

Dal punto di vista educativo ma anche didattico, credo che questo sia un modo interessante per instaurare un dialogo con i ragazzi (scuola superiore); l’uso intelligente degli strumenti digitali per trovare contenuti profondi su cui riflettere; questa professoressa con questo semplice compito ha trasmesso molti messaggi, al di là del testo della canzone che ne veicola altrettanti:

– la Rete può essere usata in modo proficuo
– il Web ha dei contenuti di valore
– il Web pò essere uno strumento per apprendere

Grazie professoressa e buon lavoro

 

 

Il cortile e la cultura pedagogica del terzo tipo

Sabato 22 novembre ho partecipato all’incontro “I primi 1000 giorni” organizzato dall’asilo nido AMA.

Tutti gli interventi sono stati utili ed interessanti, ma voglio soffermarmi su quello di Alessandro Curti e Monica D’Alessandro Pozzi di Snodi Pedagogici che hanno parlato di Educazione del terzo tipo.

Alessandro, nel suo discorso, ha citato il cortile come antico luogo di “riflessioni educative”.

Io ricordo bene la dimensione pedagogica del cortile. Da bambina, quando trascorrevo i pomeriggi a casa di mia nonna, il cortile era la dimensione naturale del gioco, del pettegolezzo, del confronto tra generazioni, ma anche il luogo dell’educazione.

Io giocavo con i miei cugini e gli altri bambini, a tutto ciò che ci veniva in mente senza aver bisogno di animatori o di qualcuno che ci organizzasse il tempo rubandoci la fantasia;il cortile offriva alberi, foglie, aghi di pino, ghiaia, cemento e terra, noi ci mettevamo biciclette, palloni, tricicli, biglie e birilli.cortile

I “grandi” erano sulle panchine, nonni, mamme, zie. Erano i detentori dell’educazione, erano gli adulti che dovevamo ascoltare in assenza dei nostri genitori (alcuni al lavoro, alcuni in casa), ma erano anche quegli adulti che ci proteggevano, quelli che ci procuravano la merenda, quelli che ci coccolavano se ci facevamo male, quelli che quando arrivavano i nostri genitori “facevano rapporto” raccontando tutto quello che era successo durante la giornata. E questo racconto, questo passaggio narrativo tra i “vecchi genitori” – ormai nonni –  e i “giovani genitori” era la vera ricchezza educativa. In quel raccontare la giornata c’era la saggezza di chi aveva già vissuto l’esperienza genitoriale, era il sostegno al giovane genitore. Non solo, sulle panchine c’erano nonni, ma anche mamme e zie, di famiglie diverse da cui nasceva sempre un confronto (nel bene e nel male); “quando Luca morde io…”, “ah anche il tuo morde? ma allora….”, “Beh se a te funziona allora provo anch’io…”, “ah quindi ritornare a prendere il ciuccio è normale!…”

Semplici esempi per sottolineare come il confronto avvenisse tra famiglie in un linguaggio semplice e comune.

panchinaOggi i cortili e le panchine sono vuote, c’è una maggiore fragilità e c’è la difficoltà di una società sempre più complessa.

E’ per questo che trovo molto interessante lo stralcio dell’intervento di Monica e di Alessandro di cui allego il link, invitandovi alla lettura.

La cultura pedagogica del terzo tipo