La password e il cellulare

password“I vostri genitori hanno le password dei vostri cellulari, dei vostri PC e dei vostri profili Social?”

“No, le mie password sono segrete!”

“Io non ho le password dei dispositivi digitali di mio/a figlio/a ormai ha diritto alla sua privacy!” “ma quanti anni ha?” “è grande, fa le medie!”

Rimango sempre un po’ perplessa quando ricevo queste risposte oppure quando si alzano tante mani in classe per confermare l’assoluta segretezza della propria passaword.

Provo a formulare qualche pensiero:

I ragazzi in adolescenza da un lato, sentono la presenza dell’adulto come invadente, spesso giudicante e forse un po’ oppressiva; dall’altro vogliono che l’adulto sia presente e attento alla loro vita.

Se tolgono l’amicizia ai genitori sui Social e mantengono segrete le loro password, di quale presenza stiamo parlando?

smartphoneIo credo che sia necessario trovare un giusto equilibririo tra “controllo trasparente” e fiducia. Il “controllo trasparente” è quello che c’è ma non si vede, è uno stare alle spalle senza essere visto ma solo percepito; lapresenza del genitore più come porto sicuro che come giudice.

Essere consapevoli che l’adulto, se vuole, può sapere tutto, ma in linea di massima si fida del proprio figlio permette di far percepire al ragazzo/a la giusta distanza.

Creare un rapporto di fiducia però richiede capacità di mediazione e coerenza che non si possono improvvisare, vanno costruiti nel tempo e dimostrati con l’esempio.

Concludo con una provocazione: gli adulti sono responsabili dei propri figli, non avere le password significa essere esposti e forse anche farli sentire un po’ soli.

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Le immagini e la Rete

foto internet2Lo spunto arriva da un’intervista di Sylvia Baldessari che ho trovato interessante (EDUCAZIONE DIGITALE: Intervista a Marta Bignone). Si parla di immagini e di Rete e Marta affronta il tema delle immagini legate al contenuto che esse veicolano.

“Non dico nulla di nuovo se affermo che il ruolo dell’immagine è importantissimo. Il visual veicola immediatamente il messaggio declinandone l’aspetto emotivo, coinvolgente. Se un’immagine selezionata per un dato contenuto è efficace in termini di qualità e coerenza, il contenuto associato ad essa non solo ottiene più visibilità ma anche memorabilità, aspetto che sia nel mondo offline che online, è fondamentale. Soprattutto se si parla di brand.”

Partendo da questo spunto vorrei riflettere su come spesso dimentichiamo il significato delle immagini che pubblichiamo e mi riferisco soprattuto ai selfie e alle nostre foto in generale.

L’immagine ci rappresenta e muove delle emozioni in chi guarda così come fa scattare dei giudizi.

L’immagine dice di noi ciò che raffigura, non parla, non si muove è statica, fissa una situazione, spesso non spiega il contesto.

Attraverso le immagini rischiamo di rappresentare una minima parte di noi che però viene generalizzata. Ai ragazzi dico sempre che se pubblico una foto dove rido tantissimo e ho un boccale di birra in mano, posso dare l’impressione di essermi ubriacata o di essere una a cui piace bere, se a questo poi si aggiungono i commenti di qualche amico che per scherzare rinforza il messaggio dell’ebrezza il “pubblico” ha un’immagine di me che nella realtà non mi rappresenta affatto. Stesso vale per le foto provocanti o peggio per le immagini volgari.

La questione delle immagini non riguarda solo i ragazzi, è qualcosa che coinvolge anche gli adulti. Forse è un po’ provocatorio, ma credo che gli strumenti digitali a volte risveglino il nostro narcisismo e se a questo aggiungiamo la velocità che accompagna i  nostri gesti sui social il gioco della pubblicazione è presto fatto, prima che sia partito un pensiero critico sull’azione che si sta facendo.

Tratterò questo tema (e molti altri) insieme a Sylvia Baldessari e Alessandro Curti il 28 febbraio a Mestre presso la Ludoteca Bimbiland.
Seguiteci anche sui Social #eduCare4punto0

 

 

La scuola e il cellulare

cellulariMi chiama una mamma, preoccupata: “Nella scuola di mia figlia (II Media) il preside ha indetto un consiglio di istituto straordinario e ha convocato tutti i genitori della nostra classe. E’ accaduta una cosa molto grave”

Chiedo: “Dimmi cosa è successo, ti sento veramente agitata”

“una ragazzina ha fotografato una sua compagna e ha pubblicato sul gruppo la foto con una frase veramente sconcia: “In cerca di uccelli”.
Capisci la gravità? Ora il preside vuole dare una nota disciplinare a tutta la classe, ma molti non hanno nulla a che fare con questa cosa, mia figlia e altre sue amiche non frequentano queste ragazzine e sanno bene cosa possono e non possono fare con il cellulare. Sono solo delle bambine, si conoscono dall’asilo, come è possibile che si facciano cose del genere?”

Cerco di rassicuare la mamma, le spiego che purtroppo queste sono cose che accadono e che è necessario spiegare le conseguenze di certi atti che, apparentemente per chi li compie sono solo degli scherzi, e poi chiedo:

“scusami, ma quando è stata scattata la foto?”
“A scuola”
“Ne sei sicura? durante l’orario scolastico?”
“Sicura! Sai che in tutte le scuole è vietato l’uso del cellulare, ma i ragazzi lo mettono in silenzioso e lo usano di nascosto”
“Certo, lo so. Lo scorso anno ho visto foto di professori mentre facevano lezione, filmati di ragazzini che ballavano sulla cattedra calpestando il registro (tutto ripreso al cambio ora o all’intervallo).”
“Ma ora cosa mi consigli di fare, ora il preside cosa ci dirà?”

scrivania_cellE a questo punto la mia risposta è frutto della riflessione che mi sento di condividere il questo spazio.

La questione del cellulare a scuola è molto dibattuta ed è ormai argomento fisso delle prime riunioni tra i rappresentanti di classe e i docenti. Se proprio diventa impossibile lasciare che i pargoli vadano a scuola sprovvisti di questi ansiolitici tecnologici (perchè prendono i mezzi, abitano in paesi lontani dalla scuola ecc.), dobbiamo pretendere il rispetto delle regole e qui ci sono due livelli di responsabilità.

Il primo è il livello di responsabilità del genitore che deve spiegare cosa è lecito e cosa non è lecito fare (non solo con il cellulare), insomma è il genitore responsabile dell’insegnamento del rispetto delle regole.

Il secondo livello di responsabilità è della scuola. Nel momento in cui i ragazzi entrano a scuola devono sottostare ad un insieme di regole, che la scuola deve far osservare come meglio crede nel rispetto delle persone. Se il cartello che vieta l’uso del cellulare non è sufficiente (e sappiamo bene che non è sufficiente) si devono trovare altri modi.

cestinoUna soluzione che mi viene sempre in mente in questo caso è il cestino. Sì proprio il cestino, quello della merenda che portavamo all’asilo.
Un cestino da tenere sulla cattedra dove a mattino appena si entra, i ragazzi depositano la loro “protesi virtuale” per poi riprenderla al termine delle lezioni.

Certo non possiamo essere sicuri che tutti lo facciano. Alcuni diranno che hanno lasciato il cellulare a casa però, l’uso improprio, qualora scoperto, può prevedere la consegna del cellulare in presidenza e il recupero da parte dei genitori.

Tornando al caso specifico da cui sono partita, c’è un altro aspetto, quello della nota disciplinare. Non discuto la validità o meno della nota, certo è che se viene data a tutta la classe si finisce per rendere colpevole anche chi non ha fatto nulla. Come spiegare, in questo caso la valenza del buon comportamento se poi nei fatti viene comunque punito?
Se la nota viene data solo ai diretti responsabili, siamo certi che sia utile a capire la gravità dell’atto? cosa si punisce? l’aver usato il telefono a scuola? aver diffamato una persona? Chariamoci e soprattutto chiariamolo ai ragazzi. Il punto è, a mio avviso, l’uso irresponsabile e non adeguato della tecnologia e la non consapevolezza delle conseguenze che spesso vanno ben al di là di una nota disciplinare.

 

Ma in Rete è possibile lavorare in gruppo?

La domanda non implica una risposta semplice ed immediata, le dinamiche di gruppo sono un po’ differenti in Rete perchè viene a mancare la parte fondamentale della comunicazione umana: il corpo.

Di recente però mi è capitato di leggere questa affermazione proprio a proposito dei gruppi di lavoro online:

“Noi sappiamo che una performance elevata correla invariabilmente con un’intelligenza emotiva collettiva, che è data dall’autoconsapevolezza collettiva, dall’autogestione collettiva, dall’empatia collettiva, dalla consapevolezza sociale dei nostri elementi e da una sorta di abilità sociale condivisa” (Vanessa Druskat).

La parte fondamentale è l’autoconsapevolezza collettiva: io sono consapevole di me stessa, come persona che si pone in relazione con altre persone in uno spazio che non è vuoto e anonimo; devo quindi avere anche la percezione della presenza degli altri che hanno insieme a me degli obiettivi da condividere e su cui lavorare. Se c’è autoconsapevolezza è facile che ci sia anche empatia collettiva  e quindi rispetto e aiuto reciproco. E’ certo che questi sono valori devono essere, in una qualche misura,  comunque presenti nelle persone del gruppo e devono essere di per sè delle fondamenta su cui le persone  basano le loro relazioni a prescindere dalla Rete, e qui è necessario l’aspetto pedagogico su cui famiglia e scuola devono iniziare a riflettere. Imparare a “stare in Rete” è sempre più urgente, perchè il mondo reale, quello globalizzato, funziona e funzionerà sempre più in “connessione” costante.

Snodi PedagogiciIl gruppo Snodi Pedagogici incarna perfettamente il pensiero evidenziato dalla frase di partenza di Vanessa Druskat.

Un gruppo di persone (sparse per il Nord Italia e la Toscana), delle quali solo alcune si conoscevano, si sono ritrovate a parlare in Rete di argomenti inerenti l’educazione: scambi di esperienze, opinioni, pensieri, interessi.

Dopo poco tempo il gruppo si è organizzato, ognuno ha percepito gli altri come soggetti di valore ed è nata una vera e propria collaborazione attorno alla volontà di divulgare sapere pedagogico in Rete. Abbiamo iniziato a produrre, imparando a “stare in Rete”. L’iniziativa dei Blogging Day , lanciata in Rete mensilmente su diversi Social, implica una vera e propria programmazione, abbiamo dovuto necessariamente affinare l’autoconsapevolezza collettiva e l’autogestione collettiva. Come i pezzi di un puzzle abbiamo imparato a costruire il nostro prodotto lavorando ognuno sul proprio pezzo con la consapevolezza dell’interdipendenza delle parti.

La nostra consapevolezza sociale di gruppo viaggia sulla Rete, usiamo la tecnologia in modo da estendere il più possibile lo spazio e il tempo, parliamo attraverso Facebook, utiliziamo i blog, registriamo i nostri pensieri su Whatsapp in modo da facilitare la comunicazione tra di noi. La Rete è diventata il nostro modo “di comunicare” e non solo un modo “per comunicare” e questo ci permette di essere vicino ai giovani e al loro modo di vivere questa virtualità reale che ormai ci avvolge.

Qualcuno può chiedersi: “Ma vi siete conosciuti di persona?” Sì, ad un certo punto abbiamo sentito l’esigenza di guardarci negli occhi e capire se l’idea che ognuno si era fatto degli altri corrispondeva alla realtà…e la realtà altro non è stata che una conferma.

Ma di fondo c’è anche un’altra motivazione che ci ha spinto a conoscerci nella realtà: il corpo, che nel virtuale scompare, rimane sempre una parte fondamentale della comunicazione e in un gruppo che funziona, non ci sono solo obiettivi comuni da raggiungere ma la necessità di attivare quell’intelligenza emotiva, in presenza, che permette di entrare in empatia su argomenti che nulla hanno a che fare con le mete da raggiungere e che crea i legami.

Cittadinanza Digitale a Rivanazzano

loc_riva0001Esistono “modi intelligenti” di utilizzare i Social Network e la Rete. I ragazzi saranno sempre più coinvolti da Internet perchè è parte integrante della loro vita. Noi adulti abbiamo il dovere di capire e di guidarli all’uso critico degli …strumenti digitali. Saper “abitare” il mondo virtuale richiede impegno perchè Internet non è solo rischio ma soprattutto opportunità.  

Mercoledì 26 Marzo 2014 ore 18.00
parleremo di
Cittadinanza Digitale
all’Istituto Comprensivo di Rivanazzano (PV)

I nativi digitali ?….non esistono!

Facciamo un po’ di chiarezza, altrimenti la mia affermazione rischia di essere una provocazione fine a se stessa.

Marc Prensky, nel 2001, conia la definizione di “nativi digitali” per identificare le generazioni nate a partire dal 1985. Tutti coloro che sono nati prima di questa data, appartengono alla categoria dei “migranti digitali” e sono le persone che hanno dovuto adattarsi al nuovo ambiente tecnologico.

In Italia questa data, che segna il confine tra le due generazioni, viene ritardata al 1996, anno che segna la diffusione del Web. Secondo Prensky (Prensky, Digital Natives, Digital Immigrants part 1, 2001) i ragazzi di oggi hanno trascorso gran parte della loro vita circondati dalla tecnologia e utilizzando computer, videogiochi, lettori musicali, fotocamere e video camere digitali, telefoni cellulari, tutti dispositivi nati dalla rivoluzione digitale.

Tutto questo non ha nulla a che vedere con le competenze tecniche di cui a volte sentiamo parlare: nativi digitali non è sinonimo di competenti digitali ma è una semplice classificazione per identificare una certa popolazione, nata a partire da un determinato periodo, che trova estremamente facile l’uso della tecnologia, quasi si trattasse di un prolungamento del proprio corpo, non solo; un’altra caratteristica che spesso viene associata ai “nativi” è la capacità del multitasking, ossia la facoltà di svolgere diversi compiti in parallelo. In questo caso però, non siamo di fronte ad una caratteristica specifica dei nativi, molte persone che lavorano in un ambiente altamente tecnologico, senza essere dei “nativi”,  svolgono contemporaneamente più attività grazie alla tecnologia, penso a coloro che mentre scrivono un documento, mantengono l’attenzione sulla mail e mantengono attiva una conversazione in chat.

Ritornando sul tema dei “nativi digitali”, ma siamo proprio sicuri che questa facilità d’uso degli strumenti digitali sia prerogativa specifica di una fascia di persone, per lo più giovani? (non credo che Prensky intedesse questo). Molti sono i casi in cui i “migranti” si rivelano essere più veloci e tecnologici dei “nativi” stessi. Perchè allora non iniziare a parlare di “INTELLIGENZA DIGITALE”?

La parola “intelligenza”  ci riporta alla mente lo studio di Howard Gardner secondo cui non esiste un’unica intelligenza, ma una serie di “intelligenze” che permettono all’uomo di adattare l’io individuale e sociale all’ambiente che gli si presenta . Gardner nel corso dei suoi studi è arrivato a classificarne otto, seguendo dei precisi di criteri a cui ogni “intelligenza” è stata sottoposta, e sono: l’intelligenza logico-matematica, linguistica, spaziale, musicale, corporeo-cinestetica, interpersonale, intrapersonale e naturalistica (Ferri,  Nativi Digitali 2011).

Antonio Battro[1] è lo studioso che ha posto sotto i criteri indicati da Gardner l’eventuale nona intelligenza, quella digitale. Questa “nuova intelligenza” può essere identificata come l’intersezione e la co-evoluzione di caratteristiche culturali e tecnologiche della società contemporanea. Esemplificando, la rivoluzione digitale, degli ultimi trent’anni e l’adattamento continuo ai cambiamenti ad essa associati, ha avuto come conseguenza un adattamento delle facoltà cognitive degli uomini e in particolare delle nuove generazioni che hanno visto un’accelerazione e un aumento rapido del digitale in tutti i campi.

Come anticipato in precedenza, per poter essere considerata a tutti gli effetti una “nuova intelligenza” quella digitale deve essere sottoposta agli otto criteri  che, secondo Garder, le darebbero la corretta autonomia. Battro sottolinea come il termine “digitale” abbia diversi significati, ma nell’analisi e nello studio dell’intelligenza il termina vuole identificare l’abilità cognitiva di utilizzare l’alternativa “Sì/No”, “azione/non-azione”; nello specifico questo può significare la possibilità di attivare o non attivare un link, di seguire, attraverso un percorso, una serie di link o di azioni di gioco su una consolle.

Secondo Battro, la nostra mente è in grado di elaborare informazioni sia analogiche che digitali, ma questo rinetra nelle caratteristiche dell’intelligenza matematica e non identifica, nello specifico, quella digitale, ma Battro ribadisce che, mentre le operazioni logico-matematiche richiedono  un certo percorso evolutivo per raggiungere la fase delle operazioni concrete (7-11 anni) e di quelle astratte (11-14 anni), quella che lui definisce “opzione click” è un’operazione elementare, non richiede capacità logico-matematiche e può essere effettuata anche da un bambino di 3-4 anni. L’intelligenza digitale quindi, sembra essere una facoltà cerebrale che si è largamente sviluppata  con la rapida diffusione delle nuove tecnologie. Ferri, nel suo “Nativi digitali”, riportando le analisi degli studi di Battro, si pone delle domande importanti riguardo all’esistenza di questa nuova intelligenza perché, se si arriva a capire la relazione che abbiamo con gli strumenti digitali, potremo gestire meglio la nostra vita odierna e capire meglio come agire dal punto di vista educativo e pedagogico per la formazione scolastica.

Per comprendere se esiste l’intelligenza digitale, Battro la sottopone agli otto criteri euristici di Gardner:

  1. Esistono prove obiettive dell’esistenza di questo tipo di intelligenza?
    La risposta è piuttosto semplice; sappiamo che l’attività cerebrale viene modificata dall’uso di Internet. Le immagini relative alle aree di attivazione neurale rilevate dalle PET e dalle RM, durante l’utilizzo delle tecnologie, risultano modificate e non peggiorate rispetto ad altre attivate dall’utilizzo di strumenti analogici.
  2. Esiste una storia evolutiva dell’intelligenza digitale?
    La capacità di attivare “l’opzione click” indicata da Battro non è presente solo nell’uomo, ne sono un esempio i “topi” di Pavlov che, per procurarsi il cibo, imparano ad aprire e chiudere un interruttore. Secondo gli studi di Bruner anche il neonato, nell’operazione della suzione, opera su un meccanismo di acceso/spento, aperto/chiuso a cui in seguito verranno affiancati altri comportamenti; è una forma di intelligenza che evolve, nel corso di pochi anni, nella capacità di controllo di alcune scelte sempre sulla base del principio di “acceso/spento” come per esempio l’uso di semplici giochi e in seguito l’uso della tastiera o del mouse di un computer. Secondo Battro, questa facoltà di “on/off” non ha a che fare con le facoltà logico-matematiche , si tratta di un comportamento più antico che ha avuto un’evoluzione lenta e progressiva così come tutte le altre forme di intelligenza che si sono sviluppate in risposta ai problemi di sopravvivenza dell’uomo. In ogni caso, la diffusione di Internet e la continua digitalizzazione ha dato impulso allo sviluppo di queste facoltà di base sviluppando una serie di capacità legate all’intelligenza digitale permettendo di interagire con gli strumenti digitali. Questo spiega perché un bambino incapace di leggere e scrivere riesce, con una certa abilità, a muoversi tra le pagine dei siti Internet.
  3. L’intelligenza digitale si articola in sottodomini?
    Il primo sottodominio dell’intelligenza digitale che Battro identifica è proprio “l’opzione click”, il secondo invece è relativo a quella facoltà cognitiva che permette di attuare “l’opzione click” in modo da navigare consapevolmente nella Rete: analizzare il contesto dell’ambiente secondo criteri  semplici per recepire velocemente le informazioni più utili; utilizzarle per attivare decisioni rapide e necessarie a portare a termine il compito che l’ambiente propone; adattare il sistema senso-percettivo alle necessità dell’interfaccia digitale. Questo processo cognitivo è ciò che sostiene l’ “opzione click”, punto di partenza dell’intelligenza digitale. Le tre azioni riportate sono facilmente osservabili in un bambino di pochi anni (4-6) mentre gioca con una console digitale.
  4. L’intelligenza digitale è codificabile in un linguaggio specifico?
    Il digitale è caratterizzato dall’interattività che è il codice proprio dell’intelligenza digitale. Esso prevede simboli, segni e regole sintattiche proprie: @, www, http, url, xml, html. Ogni simbolo, mette in relazione un dispositivo, un utente e una connessione elettronica attraverso un semplice click. Chi usa la tecnologia abitualmente, conosce questo linguaggio e lo applica in modo naturale senza il bisogno di imparare la grammatica di questa lingua o utilizzare un manuale.
  5. Può essere riconosciuto il suo sviluppo?
    Lo sviluppo dell’intelligenza digitale, secondo Battro, è qualcosa di cui ognuno ha fatto esperienza lungo la vita. È impossibile imparare l’uso degli strumenti digitali attraverso dei manuali, la logica digitale è diversa da quella matematica. L’uso e lo sviluppo delle competenze digitali procedono soprattutto per tentativi ed errori, il processo per diventare “esperti” nella gestione della comunicazione digitale segue un processo specifico e non comparabile ad altri.
  6. Esistono casi eccezionali e casi di incapacità rispetto all’intelligenza digitale?
    Ci sono casi piuttosto conosciuti di intelligenza digitale dimostrata da personaggi quali Tim Berners-Lee, Bill Gates, Steve Jobs, Marc Zuckerberg. Essi non sono stati solo dei bravi tecnici informatici, ma hanno saputo vedere in anticipo, l’importanza e i benefici del digitale nella vita lavorativa e sociale dei nostri giorni. L’incapacità assoluta è difficile da identificare, dopo aver superato barriere psicologiche o eventualmente economiche, spesso chi decide di sperimentare i media elettronici riesce, anche dopo aver incontrato delle difficoltà, a muoversi in modo autonomo.
  7. Interferisce e potenzia o limita altre intelligenze?
    L’intelligenza digitale interferisce e potenzia l’intelligenza individuale, sociale e interpersonale e linguistica. La Rete è la porta d’ingresso verso il sapere, potenzialmente è possibile avere accesso a diverse fonti di informazione potenziando le intelligenze identificate da Gardner. L’intelligenza sociale e interpersonale sono potenziate grazie al fatto che, attraverso i dispositivi digitali mobili, permettono di superare le barriere spazio-temporali, ed eventuali disabilità fisiche, ponendoci in contatto con il mondo.
    E’  innegabile che l’uso di determinate facoltà cognitive vadano inevitabilmente ad indebolirne altre. Come evidenziano alcuni studi, alcune forme di memoria risultano deboli rispetto ad altre proprio grazie all’uso di supporti digitali che sono ormai da considerare come estensioni della nostra memoria. Questo però, può avere un risvolto positivo se pensiamo che l’estensione della memoria, dato dall’uso dei supporti digitali, permette di lasciare il posto  ad altre attività probabilmente anche più creative .
  8. Può essere misurata e analizzata in maniera obiettiva?
    In merito a questa domanda ci sono i dati relativi alla ricerca OCSE-PISA CERI relativi all’apprendimento, ma anche altre indagini che attestano e misurano l’intelligenza digitale.

Possiamo quindi affermare, seguendo le analisi di Battro riportate da Ferri (Ferri, Nativi Digitali 2011) che è dimostrabile l’esistenza dell’intelligenza digitale grazie al fatto che presenta caratteristiche proprie. Ma la dimostrazione potrebbe anche essere giudicata provvisoria visto il tempo relativamente breve dedicato agli studi e la “novità” del fenomeno. In ogni caso è importante essere consapevoli del fatto che il digitale caratterizzerà sempre più la nostra società malgrado le affermazioni e le polemiche tra fautori e detrattori.

Per il mondo adulto diventa sempre più urgente osservare, e soprattutto capire, come le giovani generazioni si muovono in questo “nuovo mondo” sempre più digitalizzato, socializzante e connesso.


[1] Antonio Battro è un neuroscienziato del MIT e di Harvard e Chief Educational Officer del progetto OLPC (One Laptop per Child), avviato da Nicholas Negroponte (1995). L’iniziativa OLPC è volta alla progettazione, produzione e distribuzione di laptop da 100 dollari per fornire a ogni bambino del mondo specie a quelli nei Paesi in via di sviluppo, l’accesso alla conoscenza e alle moderne forme educative. I laptop presentati dal team di Negroponte sono basati su programmi open source, processore low-cost e possono essere alimentati con batteria interna ricaricabile con una manovella per la ricarica, batteria auto, trasformatore di rete. Per ridurre i costi è previsto che siano dati in grandi quantità a scuole o altre organizzazioni che li distribuiscano a basso costo. – Fonte Wikipedia.

Educhiamoci alla Rete

Inizio questo articolo con il titolo dell’incontro che io e Sabina De Paoli avremo il 25 maggio 2012 presso la Scuola Media Plana/Dante perchè ritengo che, in quest’ambito, sono gli adulti ad avere bisogno di imparare.

Vorrei precisare che attraverso l’Associazione Risorsa Famiglia, sono ormai tre anni che io e Sabina siamo relatrici in questi incontri e la cosa strana è che la partecipazione è sempre al di sotto delle aspettative, malgrado ci sia una richiesta continua.

Riflettendo un po’ sulle possibili cause ci possono essere;

  1. una comunicazione non sufficientemente chiara e capillare;
  2. un disinteresse perchè si conosce bene l’argomento e quindi non se ne ha bisogno (questo è un po’ tipico di coloro che lavoro in ambito informatico e quindi ritengono, magari anche a ragione, di non dover partecipare);
  3. la convinzione che i ragazzi ne sappiano più dei genitori e quindi non ci sono problemi;
  4. i figli sono ancora piccoli, quindi il problema non esiste, oppure ci sono troppe sollecitazioni (incontri, conferenze, appuntamenti) e dopo una giornata di lavoro bisogna scegliere.

Nel pieno rispetto delle scelte di ognuno proverò a sviluppare ciascun punto evidenziato.

  1. In merito all’informazione posso solo dire che, tre anni fa, l’Associazione Risorsa Famiflia ha organizzato 4 conferenze dove si sono alternati docenti dell’università di Pavia, Adolescere, la Polizia delle Comunicazioni e personale di Microsoft. La comunicazione è avvenuta attraverso i cartelloni, i giornali e i volantini distribuiti ai ragazzi delle scuole di Voghera. Negli anni successivi, l’informazione è sempre stata veicolata attraverso gli avvisi ai ragazzi delle scuole e attraverso la stampa locale. Riconosco che forse siamo invasi dalle informazioni e non riusciamo facilemte a focalizzare la nostra attenzione su ciò che veramente potrebbe essere utile. Non è cattiva volontà o distrazione, ma saturazione. Io riconosco che non riesco a leggere i cartelloni e neppure i giornali locali (ovviamente per motivi diversi) ma le comunicazioni che mi arrivano attraverso la scuola, le leggo con molta attenzione e le metto ben in vista per non dimenticare ciò che può essere utile o necessario.
  2. E’ vero che oggi pochi non utilizzano il computer, se non altro almeno per motivi lavorativi, ma tra coloro che utilizzano la tecnologia mi sento di fare una distinzione (presa  dal libro “Sicuri in rete” e frutto di interviste): ci sono dei genitori che reputano l’uso degli strumenti tecnologici come il segno dei tempi e quindi lasciano che i figli utilizzino la Rete in modo pressochè autonomo. La Rete è un modo per riempire il tempo libero dei figli e va bene così, il computer è nella camera dei figli  e non vengono imposte particolari restrizioni. Questi adulti, in genere, non assistono agli incontri sul tema di Internet. Poi ci sono  i genitori esperti che conoscono rischi ed opportunità e hanno un rapporto sano con la tecnologia, quindi, come in un qualsiasi rapporto educativo, concordano regole e tempi di utilizzo.
  3. Coloro che sono convinti di avere i figli esperti, o che rifiutano di accostarsi alla tecnologia, non partecipano perchè non sentono il problema. C’è una negazione a priori delle proprie possibilità di affrontare un tema di cui si ignora pressochè tutto (“inutile andare, intanto non ci capisco niente e non utilizzerò mai un computer”).
  4. Il quarto punto è forse il più comprensibile da un certo punto di vista, ma se si considera che ormai qualsiasi strumento elettronico ha accesso alla rete, io credo che la prevenzione e la consapevolezza, soprattutto delle opportunità che tali strumenti offrono, siano spunti fondamentali sui cui riflettere. Sul numero di appuntamenti e incontri effettivamente, bisogna scegliere o mediare tra i diversi impegni e nulla si può aggiungere di più.

Ora, analizzati forse anche troppo superficialmente le possibili cause della bassa affluenza, vorrei proporre qualche soluzione.

In merito alla comunicazione, credo che il passa parola spesso abbia più forza di qualsiasi tipo di pubblicità e quindi, se coloro che hanno avuto la pazienza di leggere fino qui, sono d’accordo sull’importanza di questo tema possono essere dei validi portavoce, oppure possono condividere via Facebook, sulle loro bacheche l’articolo o l’appuntamento.

In merito a chi crede che Internet sia un segno dei tempi, oppure a coloro che credono, a giusta ragione, di avere dei figli più esperti di loro, mi sento di dire che in ogni caso i genitori sono gli adulti che hanno la responsabilità di capire e approfondire o il segno dei tempo o ciò che non conoscono del mondo in cui vivono i ragazzi, perchè i figli saranno anche degli “smanettoni” ma il senso critico e l’esperienza viene da noi (genitori, educatori, insegnanti) non possiamo lasciarli soli. Durante questi incontri viene usato un linguaggio semplice, si vedono dei video, e, cosa fondamentale , si ha l’opportunità di confrontarsi con gli altri (è dal confronto che si cresce e si cambia).

Elisa