Dalla scuola di Volpedo: dare senso ad un progetto.

Ormai da tempo mi occupo di “Cittadinanza Digitale” nelle scuole e anche quest’anno ho avuto modo di incontrare diversi ragazzi con cui ho affrontato il tema della presenza nel mondo virtuale.

Come tutti i progetti educativi che prevedono l’intervento di consulenti esterni anche questo richiede un lavoro che dia senso e seguito a quanto fatto insieme, per avere una ricaduta sui ragazzi. Questo compito spetta sicuramente ai docenti ma anche alle famiglie, ruoli differenti, ma assolutamente complementari. Contenere e indirizzare la curiosità e la voglia di esplorare il mondo, come caratteristiche proprie dei ragazzi, è compito degli adulti stare al loro fianco.

volpedoLa scuola di Volpedo mi ha invitata il 21 aprile ad assistere al lavoro che i ragazzi hanno prodotto dopo i miei interventi sulla “cittadinanza digitale”. Un insieme di slide, ben articolate, uno schema riassuntivo di punti principali, alcune frasi e parole che mi hanno commossa.

A loro e ai loro docenti dico grazie dell’opportunità e dell’esperienza che mi hanno dato e spero che il loro lavoro sia d’esempio ad altri e testimonianza di come le buone prassi esistono e si devono evidenziare.

Cittadinanza digitale: c’è un’evoluzione!

darwin
Ci stiamo evolvendo attraverso una selezione naturale

E’ trascorso poco più di un anno dal primo progetto di cittadinanza digitale e vorrei proporre una breve riflessione sui cambiamenti a cui ho assistito continuando la mia attività nelle scuole.

“Per favore, dobbiamo prevedere un incontro anche per le quinte elementari, o primaria”

“Non riusciamo più a gestire gli adulti che vengono a scuola a lamentarsi delle liti su Whatsapp”

“Mi raccomando sia molto incisiva, soprattutto con gli adulti!”

Queste sono solo alcune delle richieste che arrivano dai dirigenti scolastici.

  1. L’età di accesso alla Rete si è abbassata e da qui nasce l’esigenza di fare interventi educativi a partire  dalla primaria. Ma come sono questi ragazzini in erba? Non più bambini, ma non ancora ragazzi che gestiscono con grande naturalezza SmartPhone e I-Phone. Sono iscritti a quasi tutti i Social tra cui primeggia naturalmente WhatsApp, seguito da Istagram e Facebook. Si vantano di avere diverse password, ovviamente sconosciute ai genitori, e navigano, comunicano, giocano, scaricano musica e litigano attraverso il digitale. Ma quando si parla con loro emerge anche il piacere che provano a giocare in presenza, a uscire in gruppo, amano ritrovarsi per una pizza o per tirare calci ad un pallone o per guardare le vetrine insieme alle amiche.”Prof, quando ci troviamo tra di noi, attraverso lo smartphone facciamo partecipare anche chi non è potuto venire”
  2.  Whatsapp rappresenta molto bene ciò che differenzia noi da loro. Gli adulti “generazione di migranti” lo usano come usavano gli sms, solo lentamente e non tutti si stanno timidamente abituando a scambiare qualche immagine e raramente qualche audio; però recentemente, forse perché c’è sempre qualche mamma più “tecnologica” di altre hanno scoperto la possibilità di creare i gruppi e sono nati i gruppi “mamme classe xyz” ecc.  Loro conoscono bene le potenzialità di Whatsapp e lo usano come un vero e proprio Social veloce versatile. Una cosa però accomuna giovani e adulti: la lite.
    Su Whatsapp litighiamo tutti, giovani e meno giovani, volano insulti, offese, i toni sono sempre molto alti diversamente da quanto capiterebbe in presenza. I ragazzi si chiariscono velocemente mentre, alcuni gruppi “Mamme classe xyz”, vanno dai docenti o dal preside che, ignari della situazione, prendono atto e cercano di calmare le acque.Non è certamente mia intenzione generalizzare e dire che litigare è la regola, ma credo sia importante notare come sia facile farlo nascosti dietro uno smartphone, spinti dalla necessità di rispondere alla provocazione per non sembrare remissivi senza invece fermarsi e magari invitare il gruppo ad un mite chiarimento in presenza.

L’esplosione di Whatsapp è ciò che differenzia i miei incontri sulla cittadinanza digitale rispetto allo scorso anno, ma non solo; il discorso verte soprattutto sul fatto che la Rete rivela ciò che la persona è veramente, malgrado possibili “travestimenti”. Ecco l’esigenza di educarci per educare. La Rete è un mondo ricco di opportunità, bisogna imparare a conoscerne le potenzialità per poterla vivere  pienamente.

educare40Accanto alla Cittadinanza Digitale ha preso vita un nuovo progetto, #eduCare4.0, ideato insieme a Sylvia Baldessari, Alessandro CurtiMonica D’Alessandro Pozzi.
#eduCare4.0 propone un laboratorio dove si sperimentano Facebook, Whatsapp, Twitter, Ask in modo analogico per prendere coscienza delle emozioni che ci pervadono quando siamo in Rete, per riflettere su di esse e crescere in consapevolezza e senso critico.

I primi laboratori si sono svolti a Voghera e a Mestre, ma altri sono in calendario.
Per maggiori informazioni educarequattro.zero@gmail.com

Canale YouTube #eduCare4.0

Le immagini e la Rete

foto internet2Lo spunto arriva da un’intervista di Sylvia Baldessari che ho trovato interessante (EDUCAZIONE DIGITALE: Intervista a Marta Bignone). Si parla di immagini e di Rete e Marta affronta il tema delle immagini legate al contenuto che esse veicolano.

“Non dico nulla di nuovo se affermo che il ruolo dell’immagine è importantissimo. Il visual veicola immediatamente il messaggio declinandone l’aspetto emotivo, coinvolgente. Se un’immagine selezionata per un dato contenuto è efficace in termini di qualità e coerenza, il contenuto associato ad essa non solo ottiene più visibilità ma anche memorabilità, aspetto che sia nel mondo offline che online, è fondamentale. Soprattutto se si parla di brand.”

Partendo da questo spunto vorrei riflettere su come spesso dimentichiamo il significato delle immagini che pubblichiamo e mi riferisco soprattuto ai selfie e alle nostre foto in generale.

L’immagine ci rappresenta e muove delle emozioni in chi guarda così come fa scattare dei giudizi.

L’immagine dice di noi ciò che raffigura, non parla, non si muove è statica, fissa una situazione, spesso non spiega il contesto.

Attraverso le immagini rischiamo di rappresentare una minima parte di noi che però viene generalizzata. Ai ragazzi dico sempre che se pubblico una foto dove rido tantissimo e ho un boccale di birra in mano, posso dare l’impressione di essermi ubriacata o di essere una a cui piace bere, se a questo poi si aggiungono i commenti di qualche amico che per scherzare rinforza il messaggio dell’ebrezza il “pubblico” ha un’immagine di me che nella realtà non mi rappresenta affatto. Stesso vale per le foto provocanti o peggio per le immagini volgari.

La questione delle immagini non riguarda solo i ragazzi, è qualcosa che coinvolge anche gli adulti. Forse è un po’ provocatorio, ma credo che gli strumenti digitali a volte risveglino il nostro narcisismo e se a questo aggiungiamo la velocità che accompagna i  nostri gesti sui social il gioco della pubblicazione è presto fatto, prima che sia partito un pensiero critico sull’azione che si sta facendo.

Tratterò questo tema (e molti altri) insieme a Sylvia Baldessari e Alessandro Curti il 28 febbraio a Mestre presso la Ludoteca Bimbiland.
Seguiteci anche sui Social #eduCare4punto0

 

 

La scuola e il cellulare

cellulariMi chiama una mamma, preoccupata: “Nella scuola di mia figlia (II Media) il preside ha indetto un consiglio di istituto straordinario e ha convocato tutti i genitori della nostra classe. E’ accaduta una cosa molto grave”

Chiedo: “Dimmi cosa è successo, ti sento veramente agitata”

“una ragazzina ha fotografato una sua compagna e ha pubblicato sul gruppo la foto con una frase veramente sconcia: “In cerca di uccelli”.
Capisci la gravità? Ora il preside vuole dare una nota disciplinare a tutta la classe, ma molti non hanno nulla a che fare con questa cosa, mia figlia e altre sue amiche non frequentano queste ragazzine e sanno bene cosa possono e non possono fare con il cellulare. Sono solo delle bambine, si conoscono dall’asilo, come è possibile che si facciano cose del genere?”

Cerco di rassicuare la mamma, le spiego che purtroppo queste sono cose che accadono e che è necessario spiegare le conseguenze di certi atti che, apparentemente per chi li compie sono solo degli scherzi, e poi chiedo:

“scusami, ma quando è stata scattata la foto?”
“A scuola”
“Ne sei sicura? durante l’orario scolastico?”
“Sicura! Sai che in tutte le scuole è vietato l’uso del cellulare, ma i ragazzi lo mettono in silenzioso e lo usano di nascosto”
“Certo, lo so. Lo scorso anno ho visto foto di professori mentre facevano lezione, filmati di ragazzini che ballavano sulla cattedra calpestando il registro (tutto ripreso al cambio ora o all’intervallo).”
“Ma ora cosa mi consigli di fare, ora il preside cosa ci dirà?”

scrivania_cellE a questo punto la mia risposta è frutto della riflessione che mi sento di condividere il questo spazio.

La questione del cellulare a scuola è molto dibattuta ed è ormai argomento fisso delle prime riunioni tra i rappresentanti di classe e i docenti. Se proprio diventa impossibile lasciare che i pargoli vadano a scuola sprovvisti di questi ansiolitici tecnologici (perchè prendono i mezzi, abitano in paesi lontani dalla scuola ecc.), dobbiamo pretendere il rispetto delle regole e qui ci sono due livelli di responsabilità.

Il primo è il livello di responsabilità del genitore che deve spiegare cosa è lecito e cosa non è lecito fare (non solo con il cellulare), insomma è il genitore responsabile dell’insegnamento del rispetto delle regole.

Il secondo livello di responsabilità è della scuola. Nel momento in cui i ragazzi entrano a scuola devono sottostare ad un insieme di regole, che la scuola deve far osservare come meglio crede nel rispetto delle persone. Se il cartello che vieta l’uso del cellulare non è sufficiente (e sappiamo bene che non è sufficiente) si devono trovare altri modi.

cestinoUna soluzione che mi viene sempre in mente in questo caso è il cestino. Sì proprio il cestino, quello della merenda che portavamo all’asilo.
Un cestino da tenere sulla cattedra dove a mattino appena si entra, i ragazzi depositano la loro “protesi virtuale” per poi riprenderla al termine delle lezioni.

Certo non possiamo essere sicuri che tutti lo facciano. Alcuni diranno che hanno lasciato il cellulare a casa però, l’uso improprio, qualora scoperto, può prevedere la consegna del cellulare in presidenza e il recupero da parte dei genitori.

Tornando al caso specifico da cui sono partita, c’è un altro aspetto, quello della nota disciplinare. Non discuto la validità o meno della nota, certo è che se viene data a tutta la classe si finisce per rendere colpevole anche chi non ha fatto nulla. Come spiegare, in questo caso la valenza del buon comportamento se poi nei fatti viene comunque punito?
Se la nota viene data solo ai diretti responsabili, siamo certi che sia utile a capire la gravità dell’atto? cosa si punisce? l’aver usato il telefono a scuola? aver diffamato una persona? Chariamoci e soprattutto chiariamolo ai ragazzi. Il punto è, a mio avviso, l’uso irresponsabile e non adeguato della tecnologia e la non consapevolezza delle conseguenze che spesso vanno ben al di là di una nota disciplinare.

 

“Internet ci rende liberi?” Qualche riflessione in chiusura del Festival della Cultura

festival culturaIeri si è conclusa una due giorni culturale che, purtroppo per impegni diversi, non ho potuto vivere pienamente, ma che certamente ha portato una ventata di vivacità e pensiero riflessivo a Voghera. Considerato che sono stata relatrice vorrei condividere alcuni pensieri sul mio intervento, insieme al magistrato Battarino.

catenaLIBERTA’ è un concetto ampio di cui si sono occupati grandi scrittori, filosofi, artisti, registi cinematografici e religioni, difficile quindi dare una connotazione che racchiuda in sè tutti i possibili significati e declinazioni; mi limito a dire che libertà porta necessariamente con sè la SCELTA e la RESPONSABILITA’. Questo è vero sia che si tratti del nostro essere persone e cittadini di una realtà fisica qual è il mondo, sia che si tratti dello spazio virtuale della Rete.

Internet ci trasmette però, una sensazione di maggior libertà, la Rete viene spesso vissuta come luogo in cui tutto è lecito, in cui nessuno controlla e se anche esiste un controllo esso è sempre molto labile.

Se tutto questo è vero e questa percezione finisce per diventare qualcosa di reale, dobbiamo riflettere comunque sul fatto che il nostro agire in Rete ha delle conseguenze su di noi e su chi sta dall’altra parte del video o del cellulare.

E’ essenziale essere consapevoli del fatto che se una ragazzina posta di sè immagini sessualmente esplicite, al di là dei rischi che corre, lei verrà giudicata volgare, leggera, senza pudore; e se è senza pudore è lecito chiederle di più e andare oltre.

La stessa considerazione vale per le parole. Se uso un linguaggio volgare, automaticamente, per chi legge, sono una persona volgare.

Se viene decontestualizzata un’affermazione è facile che in Rete si sviluppino dei commenti, spesso negativi, sulla persona che forse ha espresso un suo pensiero che in quel determinato contesto aveva anche valore.

Quindi cosa fare?

La risposta è piuttosto semplice, ma la soluzione è complessa: non ci resta che EDUCARE.

Educare ai sentimenti: emerge da un’indagine sul sexting (presentata durante un convegno del CREMIT) che molti ragazzi non riescono a dire come si sentono di fronte a certe immagini che ricevono sui loro cellulari, e avrebbero voluto avere la possibilità di scegliere “neutro” piuttosto che dover scegliere tra diverse opzioni proposte. Io mi chiedo, ma cosa significa NEUTRO? Noi non siamo neutri nelle nostre emozioni, questo è indice del fatto che non si conoscono le parole per identificare e descrivere i sentimenti.
L’analfabetismo emotivo non nasce da Internet ma da un contesto sociale in cui ci sono adulti indaffarati, sempre di corsa, ripiegati su se stessi tanto che i sentimenti si imparano guardando la televisione (“Amici”, “Uomini e donne” e reality show di vario genere) e si riproducono sul web.

Rendere consapevoli i ragazzi che dall’altra parte, del video o del cellulare, ci sono delle persone con le loro storie, i loro dolori, debolezze e punti di forza. Tutto questo merita rispetto.

Educare al fatto che la Rete è anche cultura, confronto e fucina di idee e di sapere. Un compito, questo, che dovrebbe essere demandato non solo ai genitori, ma anche e soprattutto alla scuola che sappiamo essere in grande ritardo e difficoltà…ma questa è un’altra storia.

“…Ma quella è vita privata!”

La “virtualità reale” (prof. Rivoltella) che permea ormai la vita di tutti noi, fa percepire la linea di demarcazione tra vita privata e vita pubblica come qualcosa di molto flebile e sottile. E’ difficile far passare il concetto che tutto ciò che postiamo sui Social, WhatsApp compreso, va a costruire la nostra immagine pubblica. Momenti di vita, pensieri, sentimenti che fino a pochi anni fa condividevamo con pochi amici, magari durante una cena o in un evento di festa, oggi vengono pubblicati e condivisi in cerchie di cui perdiamo la dimensione.

In questi mesi incontro i ragazzi della scuola secondaria di I° grazie  ad un progetto di “cittadinanza digitale”. Il mio intento è quello di aiutarli a riflettere sull’importanza della reputazione e di come le foto presentano un corpo disincarnato, senza tutte quelle caratteristiche che fanno sì che una persona sia molto più che un corpo. Proprio ieri, in una classe riflettevo ad alta voce con una docente affermando che è triste vedere su you-tube ragazzi e ragazze che si conoscono e che si ritraggono in atteggiamenti discutibili; inoltre vederli in quel modo cambia la nostra considerazione su di loro. I loro atteggiamenti hanno inevitabilmente delle conseguenze sul nostro giudizio.

A quel punto si alza una voce nella classe “Ma prof. non è giusto! Quella è vita privata!”

Quella è vita privata fintanto che non viene pubblicata su you-tube, ma dal momento in cui inizia ad essere in Rete, quella è vita che si vuole rendere pubblica e che identifica le persone attraverso gli atteggiamenti e le azioni che in quel filmato vengono agite.

E’ necessario iniziare ad abituarsi a considerare la Rete come qualcosa di reale, vicino e soprattutto pubblico che ci dà visibilità e contribuisce a costruire la nostra reputazione.

L’esempio della piazza è quello che con i ragazzi funziona piuttosto bene: “se la foto che vuoi pubblicare è una foto che metteresti tranquillamente come poster sulla bacheca della piazza della tua città, nel giorno di mercato, senza vergognarti, allora puoi metterla anche in Rete. Se il filmato che vuoi mettere su you-tube lo faresti vedere davanti ad un pubblico vario in piazza sul maxi-schermo, senza vergognartie senza che comporti conseguenze, allora puoi pubblicarlo”.