28 agosto 2014 – #pensodunquebloggodue – Educazione tra amore, bellezza e zone d’ombra

Oggi, 28 agosto, noi blogger del gruppo Snodi Pedagogici abbiamo deciso di scrivere e pubblicare una serie di articoli sui nostri blog, inerenti ai temi dei blogging day di aprile maggio e giugno: #EducazionEamore, #EducazionEbellezza, #PedagogicAlert.

Una sorta di conclusione su quanto è emerso fino ad oggi, grazie ai vostri contributi, per rileggere insieme a voi i passaggi fondamentali, provando a dare delle risposte, ma anche a porre e porsi nuove domande, in vista dell’antologia che verrà pubblicata e il cui ricavato andrà in beneficienza alla “Locanda dei girasoli” di Roma.7736c-snodi

I contributi dei blogger li potete trovare sul sito di Snodi Pedagogici.

Buona lettura


#Pensodunquebloggodue – Educazione tra amore, bellezza e zone d’ombra – Elisa Benzi

Nell’impostare la riflessione sui temi precedenti non ho potuto fare a meno di ripensare al momento in cui abbiamo proposto gli argomenti su cui scrivere i contributi e le mie aspettative rispetto agli articoli che avrei ricevuto in seguito. Ad aprile il tema è stato educazione e amore; vivendo a contatto con gli adolescenti e la tecnologia io avevo una mia concezione sull’educazione e l’amore, pensavo alla fisicità, ai messaggi che arrivano dai media e a come la relazione tra i ragazzi ne sia influenzata: la sessualità appare sempre più slegata dall’affettività, il corpo è quasi un oggetto tra gli oggetti, uno strumento prestazionale e non un “tutto” di “fisico e spirituale”.
amore2Sul tema dell’amore ho avuto il piacere di ospitare Andrea Capella che, con il suo articolo, in qualche maniera, ha dato conferma dell’importanza dell’unione armonica di sessualità e affettività per avere una relazione appagante. Andrea ha veicolato questo concetto attraverso il “sentire” di coloro che hanno un disagio mentale o una disabilità cognitiva. Uno dei passaggi più belli del suo articolo parte dalla frase di un ragazzo, seguita poi dalla sua riflessione di educatore:

“Se si prova affetto e voglia di fare l’amore ecco che inizia, dal punto di vista psicologico, una reazione positiva della nostra vita, soprattutto per chi vive una vita assente cioè vuota alle relazioni sociali.”

Quest’ultima frase mi ha fatto intravedere il nemico da combattere: la solitudine, il vuoto di relazioni, la “vita assente“.

Da questo punto di vista mi pare emergente educare alla relazione, educare a stare nelle relazioni, quelle relazioni che soprattutto gli adulti non sono più riusciti a costruire.
Significa, a mio avviso, sostenere la ricerca delle personali passioni ed emozioni, dando ad esse un volto, riscoprendone il senso.

La sua, è una testimonianza viva e sentita, Andrea si pone delle domande che fanno riflettere non solo chi come lui è educatore di professione ma tutti coloro che, in quanto adulti, si sentono responsabili di un agire quotidiano che è anche un agire educativo. Attraverso le parole di Andrea abbiamo lo spaccato di un mondo che spesso viene lasciato ai margini per ciò che riguarda affettività e sessualità, dimensioni che permettono a tutti, ma proprio a tutti , di sentirsi vivi.

Anche sul tema della bellezza, prima che arrivasse l’articolo che poi ho pubblicato, mi sono ritornate in mente delle suggestioni derivate soprattutto da esperienze lavorative precedenti. Anni fa, lavorando in una multinazionale, avevo occasione di incontrare colleghi di diverse parti del mondo. Nelle molteplici cene e meeting internazionali ho avuto modo di confrontarmi sui differenti modi di vivere e anche di educare i figli (è risaputo che durante le cene tra colleghi, alla fine si finisce con il parlare della famiglia e dei figli, non sempre, ma spesso è così). bellezzaromaDurante una di queste cene, un collega olandese mi ha fatto  notare quanto siamo fortunati noi italiani: “Siete circondati dalla bellezza e non mi riferisco solo alle opere d’arte, ma al fatto che siete costantemente immersi nella bellezza: avete a portata di mano un mare magnifico (ne siete praticamente circondati), le montagne più belle d’Europa, laghi bellissimi e colline meravigliose. Noi viviamo nell’acqua e nel “piatto” più assoluto, mare poco accogliente, monti e colline inesistenti”. Subito dopo lo incalza un collega tedesco e mi fa una domanda: “Elisa, ma come fate ad abbinare i colori? e come fate a muovervi sempre con eleganza? Spiegamelo, avrete un modo per educarvi a tutto questo”.
Confesso che sono rimasta un po’ spiazzata e sono ritornata spesso a riflettere su come effettivamente la “bellezza” non sempre è frutto di un processo educativo esplicito. Quello che percepivano i miei colleghi era una bellezza appresa in modo del tutto implicito, un fattore oserei dire ambientale, apprendiamo questo stile che molti ci invidiano perché siamo immersi in questa cultura. Però la bellezza si declina in tanti modi: esiste una bellezza esteriore e una interiore; a volte di fronte ad un’opera d’arte oggettivamente bella sentiamo anche dire: “sì bella, ma a me personalmente non piace”, quindi esiste una dimensione oggettiva ma anche soggettiva. E come educhiamo alla bellezza? Personalmente fatico a rispondere perché credo che ci sia una sensibilità e una modalità molto personale nel trasmettere il “senso” del bello.bellezza1

Su questo tema ho pubblicato, sempre con grande piacere, un altro articolo di Andrea Capella che affronta la bellezza calando il tutto nel mondo della disabilità.

Educare alla bellezza nel mondo della disabilità significa aiutare a trovare un tesoro. L’educatore deve condurre al esso convinto che nel tesoro c’è la bellezza, che il tesoro esiste e che va cercato nel quotidiano, nelle piccole cose di ogni giorno.

“Allora per non farsi prendere dallo sconforto anch’io ho cercato di riscoprire il bello nel quotidiano. Il piacere di veder tornare il sorriso su un volto depresso e angosciato.  Tutto ciò per una parola in grado di rigenerare, spesso sempre la stessa ma che ogni giorno acquista un valore diverso e un senso importante.
Questa è la bellezza della sfida o la sfida della bellezza: la ricerca del tesoro di ognuno, della bellezza che arriva dalle piccole cose, la bellezza di una fragilità che torna a sperare, la bellezza di coltivare un futuro partendo dal proprio piccolo orto.”

L’ultimo tema proposto da Snodi Pedagogici riguardava le zone d’ombra dell’agire educativo, ossia quando il nostro agire, malgrado le nostre buone intenzioni, non è più un agire educante. Francesca Magni lo evidenzia bene quando dice:

ombra“Di cattivi maestri se ne incontra, io credo, tutti nella vita, il problema é che anche i buoni maestri possono diventar cattivi, loro malgrado, con la complicità dei loro allievi…se si ama più il mito che le reali virtù, se si abbandona lo sguardo pulito a favore della compiacenza, la strada inusuale a favore del viale alberato. Per paradosso le ombre “mortifere” possono giungere proprio nei momenti in cui la serenità degli obiettivi raggiunti può proporre una distensione, poiché il cerchio in quei momenti si chiude, smettono le domande, si diventa più rigidi nei confronti delle critiche, meno sensibili nei confronti, appunto, delle prospettive inusitate…la troppa luce acceca…”

La prospettiva di Francesca è quella dell’educatore che deve necessariamente, per quanto possibile, essere contemporaneamente centrato su se stesso per mettersi sempre in discussione, autoanalizzarsi e centrato su coloro i quali dovrebbero usufruire della sua azione pedagogica. Ma cosa accade quando l’agire educativo è quello dei genitori? Quando azione e parola e quindi regola non coincidono, quando non c’è coerenza. Anche l’educazione naturale ha le sue zone oscure, e credo che ci sia anche da parte dei genitori la necessità di porsi in un atteggiamento critico verso se stessi. Se riusciamo a farlo saremo in grado di dire a nostro figlio “scusa, ho sbagliato, ho predicato bene ma poi non agito come di dovere”, ci mostreremo più umani e implicitamente insegneremo un atto di coraggio, quello di saper chiedere scusa.

In conclusione, aggiungo un pensiero sui blogging day:

credo che questi inviti a scrivere di educazione su temi che ci riguardano tutti da vicino, abbia dimostrato  di come l’educazione sia una pratica trasversale, che investe in modo diretto tutto il mondo adulto. Il nostro agire ha sempre delle ricadute, sta a noi fare in modo che queste siano il più possibile positive. Mi vengono in mente due parole quando rileggo i contributi di chi ha partecipato: coerenza e autenticità, in queste due parole è racchiuso in parte il “segreto dell’educare”. Scrivere di educazione sul web come abbiamo fatto attraverso questa iniziativa ci ha permesso di divulgare velocemente pensieri e vissuti differenti su uno stesso tema. La pervasività del web permette anche di fare cultura e di coinvolgere chi legge nell’esprimere il suo pensiero con un commento, una riflessione o un semplice “mi piace”. La potenza del web sta nella condivisione e l’educazione ci chiama tutti alla costruzione di un’etica che permette alle giovani generazioni il “vivere bene” e la “vita buona”, ma questi sono altri temi possibili.

Infine credo che abbiamo sviluppato un dialogo, un “educare, educandoci” che mi ha arricchito enormemente per questo ringrazio tutti coloro che hanno contribuito a realizzare questa iniziativa.

Vi invito a leggere tutti i contributi dei blogger che hanno partecipato

IL PICCOLO DOGE – Sylvia Baldessari
LABIRINTI PEDAGOGICI – Alessandro Curti
TRA FANTASIA PENSIERO ED AZIONE – Monica D’Alessandro Pozzi
E DI EDUCAZIONE – Anna Gatti
NESSI PEDAGOGICI – Manuela Fedeli
PONTI E DERIVE – Monica Cristina Massola
BIVIO PEDAGOGICO – Christian Sarno
LA BOTTEGA DELLA PEDAGOGISTA – Vania Rigoni
E DI EDUCAZIONE – Alessia Zucchelli

Annunci

18 luglio 2014 – Blogging Day – #pedagogicalert

Il tema lanciato a luglio da Snodi Pedagogici è: #PEGAGOCIALERT

Quali sono le zone oscure dell’educazione?
quali elementi ci sono nell’educazione e nella pedagogia che, se non vengono valutati, portano l’azione educativa ad essere “pericolosa” per chi educa e chi è educato? Chi sono i cattivi maestri? Oppure la pedagogia può come disciplina, citando Marguerite Yourcenar, saper guardare nel buio con disobbedienza, ottimismo e avventatezza e scoprire strade inusitate?”

Questo mese ho il piacere di ospitare Francesca Magni che con il suo contributo ci invita a riflettere sulle zone d’ombra dell’azione educativa.

Troverete altri contributi sul tema sul sito Snodi Pedagogici
Buona lettura

#PEDAGOGICALERT – I CHIARO-SCURI DELL’EDUCAZIONE – FRANCESCA MAGNI

Inusitate…forse il segno sta proprio in questa parola, il primo tratto di sentiero si apre grazie a questo termine

Proprio in queste belle domande di “ingaggio” del tema di snodi pedagogici che si annida, per me, l’origine delle risposte alle stesse domande.

Finchè chi fa educazione continuerà o non smetterà di porsi il problema di quanto grande è l’ombra che proietta con la sua azione o di quanto potenti siano le forze che intrecciano la sua esistenza , ci sarà la possibilità di scoprire, poiché di scoprire si tratta più che di inventare, quella particella di vita che  contraddice, quando addirittura non controverte, la prospettiva negativa del destino di chi incontra.

Di cattivi maestri se ne incontra, io credo, tutti nella vita, il problema é che anche i buoni maestri possono diventar cattivi, loro malgrado, con la complicità dei loro allievi…se si ama più il mito che le reali virtù, se si abbandona lo sguardo pulito a favore della compiacenza, la strada inusuale a favore del viale alberato.

Per paradosso le ombre “mortifere” possono giungere proprio nei momenti in cui la serenità degli obiettivi raggiunti può proporre una distensione, poiché il cerchio in quei momenti si chiude, smettono le domande, si diventa più rigidi nei confronti delle critiche, meno sensibili nei confronti, appunto, delle prospettive inusitate…la troppa luce acceca…

Per non parlare dei cattivi compagni che incontriamo o che sappiamo essere, alla ricerca di un involucro in cui riporre frustrazioni, angosce, timori, ambizioni, alla ricerca di specchi che ci consentano di capire le reali dimensione di ciò che possiamo essere, dimenticandoci che la dimensione che ci legittima è oltre la staticità dell’immagine riflessa, è una condizione da ricercare insieme con slancio, immaginando un futuro abbastanza grande da contenerci tutti…ombre comprese.

In estrema sintesi, quanto io sto cercando di imparare è che non esiste metodo o approccio capace di neutralizzare la pericolosità dell’agire pedagogico ma è la sensibilità che va allenata, lo sguardo va purificato ciclicamente, bisogna non smettere di dirsi quello che si vede anche quando potrà essere solo un dialogo interiore, nell’attesa di interlocutori pronti ad accogliere i nostri chiaro-scuri.

MAGNIFRANCESCA MAGNI 

Nata in terra lariana nella metà degli anni 70, percepisce già dai tempi dell’asilo qualche perplessità sulle pratiche pedagogiche subite….

Non l’abbandona mai il desiderio di fare chiarezza e di capire sempre  di più, anche solo un pochino, rispetto a quello che  le viene offerto come spiegazione,  interrogando e interrogandosi, a volte fino allo sfinimento….

…attraversa  con questo spirito, i vari luoghi della formazione…

Diventata educatrice e continua a scrutare il modo con un punto di domanda impresso sulla fronte, incontrando, di volta in volta, luoghi e persone che sanno offrire sempre  nuove domande e nuove risposte, indossando vari ruoli…educatrice, tutor, insegnante di sostegno, coordinatrice…sempre, però, con lo stesso spirito.

Mamma e compagna felice adora farsi coccolare dai suoi affetti.

 

 

 

13 giugno 2014 – Blogging Day – #educazionEbellezza

Il tema lanciato a giugno da Snodi Pedagogici è: #educazionEbellezza

“Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. Quale posto ha l’educazione al Bello nella nostra vita? Come siamo stati formati e come vogliamo formare i nostri ragazzi alla bellezza? Non è semplice educare a un concetto così soggettivo, ma è necessario, specialmente in un’epoca in cui, si dice, tutto è soggettivo e più nulla ha valore assoluto”

 

Anche questo mese ho il piacere di pubblicare il contributo di Andrea Capella. Un dialogo intenso che ci porta a riflettere ancora una volta sulla disabilità. La bellezza è ovunque ci sia relazione e umanità, spesso bisogna cercarla con forza, costanza e tantissimo amore ma una volta scoperta la bellezza è sempre sublime.

Buona lettura.

#educazionEbellezza – C’è bellezza nella disabilità?

“- Dai! Cosa c’è di bello nel moccio di un disabile? O nelle magliette padellate e le ascelle chimiche di quegli adolescenti che fanno a pugni con il sapone?
– Sì,  vero. In tutto questo non c’è niente di bello. Almeno non di bello per gli occhi.
– Dai! Non c’è nulla di bello e basta! Cosa c’entrano gli occhi? La vista? Il moccio è moccio. Punto. Non è che si può fare filosofia sul moccio al naso!
– Vero Giampà! …ma sai cosa c’è di bello la sfida per la bellezza.
– Cosa vuoi dire? Cos’ è la sfida per la bellezza?
– Vedi, io la penso così: la bellezza è un tesoro. E come ogni tesoro che si rispetti va cercato con cura, passione, sacrificio.
Un tesoro che si rispetti non lo trovi facilmente: devi scavare, affrontare viaggi lunghi e imprevedibili, a volte pericolosi.
Devi avere una mappa, convincente e della quale devi essere convinto. Ci devi credere. Noi, noi educatori intendo, a volte siamo la mappa: facciamo da guida, indichiamo il percorso a chi il tesoro l’ha smarrito o non l’ha ancora trovato. Loro, quelli che viaggiano con noi, devono credere alla mappa ma allo stesso modo noi dobbiamo credere in loro. In maniera quasi folle. Loro devono essere convinti che il tesoro c’è. Noi dobbiamo farlo emergere, convunti più di loro.
Si dice “lavorare sui punti di forza”.
Il tesoro contiene il bello. Il piacere di piacersi, di riscoprire di sé le cose belle che il disagio tende a nascondere. “Ma come faccio a piacere io, grasso, matto? Chi mai mi cercherà?” mi chiede ogni tanto un mio compagno di viaggio.
Eppure c’è bisogno di far riscoprire loro il bello della fiducia, il bello di credere nelle proprie storie perché così c’è autodeterminazione.
E il bello va ricercato nel quotidiano: il tesoro non è lontano. È in profondità,  ben nascosto sotto valangate di sfiducia e sconforto.
Sai Giampà, forse anche per noi educatori è così. Difficilmente vedremo i risultati del nostro lavoro a breve. Le troppe variabili in gioco non garantiscono il successo. Anzi: se giocano male, son casini.
Allora per non farsi prendere dallo sconforto anch’io ho cercato di riscoprire il bello nel quotidiano. Il piacere di veder tornare il sorriso su un volto depresso e angosciato.  Tutto ciò per una parola in grado di rigenerare, spesso sempre la stessa ma che ogni giorno acquista un valore diverso e un senso importante.
Questa è la bellezza della sfida o la sfida della bellezza: la ricerca del tesoro di ognuno, della bellezza che arriva dalle piccole cose, la bellezza di una fragilità che torna a sperare, la bellezza di coltivare un futuro partendo dal proprio piccolo orto.”

Aandreandrea Capella
E’ un educatore professionale dal 2000 presso una fondazione in provincia di Pavia.
Si è occupato di minori, in ambito residenziale, scolastico ed extrascolastico.
Attualmente segue due servizi per adulti con problemi di salute mentale.
Si è occupato anche di progettazione sociale e di fundraising attraverso bandi pubblici o di fondazioni.

I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.

Questo avrà termine con l’estate e sfocerà in un’antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla “Locanda dei Girasoli” ( http://www.lalocandadeigirasoli.it/ )

Una volta finito il percorso di pubblicazione online, vari autori che hanno preso parte ai BDay, verranno contattati dalla redazione

Blog partecipanti li trovate su  Snodi Pedagogici con tanti altri contributi interessanti.

 

12 maggio 2014 – Blogging Day – #educazionEamore

Il tema del mese di maggio lanciato da Snodi Pedagogici è: #educazionEamore.

“L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros, ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all’amore in tutte le sue sfaccettature…”

Il mio ospite è Andrea Capella e il suo contributo descrive una situazione difficile, che spesso viene ignorata e che indica come la dimensione affettiva sia qualcosa che coinvolge tutti gli esseri umani, anche quelli che purtroppo vivono in un disagio psichico o cognitivo.
Un articolo intenso che vi invito a leggere e che spero tocchi le corde del cuore come è successo a me.
Buona lettura.


#educazionEamore  – DISAGIO, DISABILITA’ E AFFETTIVITA’ – ANDREA CAPELLA

catenaQuestione non semplice, delicata; che probabilmente può essere affrontata da angolature molto diverse.
Io parto dalla mia esperienza di lavoro, dove incontro persone diverse con atteggiamenti e necessità diverse: adulti e giovani, con disagio mentale o con disabilità cognitive.
I primi hanno già maturato esperienze affettive, alcuni hanno un matrimonio alle spalle, per tanti la relazione è stata un fallimento.
I secondi sperimentano le prime emozioni legate alla sfera affettiva spesso in modo disordinato, con pochi strumenti per gestire la relazione, quindi si prendono e si lasciano un po’ come adolescenti alle “prime armi”.
Ancora. Per i primi l’avere un rapporto sessuale è un’esperienza che fa parte del passato oppure, se ancora presente, uno dei pochi modi di “sentirsi” ancora: di sentire il proprio corpo, di provare emozioni, di percepirsi vivi, anche quando tutto sembra assopito e rubato dalla malattia e dai farmaci. L’atto sessuale diventa uno dei rari momenti di emozionante vitalità.
Per i secondi, la sessualità è un mondo da scoprire, anche in modo trasgressivo, lontano dagli occhi dei genitori.
Anche qui: per i primi la famiglia non c’è più, volata via spaventata dalla malattia, a lasciare un vuoto affettivo difficilmente colmabile che perseguita le loro speranze; per i secondi è ancora lì: a volte saggia e tutelante, altre volte povera di strumenti, impaurita e castrante.

Tutti – e non solo alcuni – vorrebbero che affettività e sessualità si combinassero in una appagante, e normale, vita di relazione.
Ma, in alcuni casi il solo modo per sentirsi ancora sessualmente vivi è quello di “accedere al mercato”.

In questo tourbillon di situazioni, di storie, di percorsi, il lavoro educativo non è sempre semplice: a che cosa va data la precedenza? cosa è prioritario? La necessità di “sentirsi vivi” pur attingendo a soluzioni moralmente discutibili? Oppure scelte sicuramente più etiche ma indubbiamente limitanti e, probabilmente a volte incomprensibili per le persone che stiamo accompagnando?
In queste dinamiche, l’educatore credo sia chiamato a negoziare con i propri valori, per confermare la centralità del soggetto altro, con la sua storia, cultura, morale.
Penso che se si riconosce che la sessualità è elemento imprescindibile della propria identità, allora non può essere negata: devo accettarla e accompagnarla anche se si pone in rotta di collisione con i miei codici. Devo – io, educatore a cui è stato affidato il progetto di crescita di una persona – assumermi anche il rischio, se necessario, di lasciare alla persona la libertà di comprendere questa parte di sé.

Ho pensato di interrogare alcuni ragazzi su questo tema. Le suggestioni che ne sono uscite le ho raggruppate qui:

“L’affettività riguarda i sentimenti che una persona prova per un’altra persona che la attrae dal punto di vista sentimentale e fisico.”
“Provare affettività per una persona è molto piacevole perchè ti fa sognare.”
“Essere affezionato a una persona vuol dire condividere tutti i suoi momenti NO e momenti che lo portano a provare gioia. Ovviamente il sentimento deve essere corrisposto, se ciò non avviene ecco che insorgono dei problemi.”
“L’affettività che si prova per una persona vuol dire secondo me anche, se ci si trova di fronte a un problema economico di aiutarlo, perché ciò dimostra il lato di generosità della persona che prova affetto.”
“La sessualità è uno sfogo di una persona che prova solo attrazione fisica, ma che non le interessa il lato affettivo: secondo me questa cosa non é umiliante se parte da entrambe le persone, perché il sesso é importante per un fattore chimico del nostro corpo.”
“Se si prova affetto e voglia di fare l’amore ecco che inizia, dal punto di vista psicologico, una reazione positiva della nostra vita, soprattutto per chi vive una vita assente cioè vuota alle relazioni sociali.”

Quest’ultima frase mi ha fatto intravedere il nemico da combattere: la solitudine, il vuoto di relazioni, la “vita assente“.

Da questo punto di vista mi pare emergente educare alla relazione, educare a stare nelle relazioni, quelle relazioni che soprattutto gli adulti non sono più riusciti a costruire.
Significa, a mio avviso, sostenere la ricerca delle personali passioni ed emozioni, dando ad esse un volto, riscoprendone il senso.
Poi significa che quel bagaglio emotivo riscoperto deve essere vissuto e rielaborato in una dimensione duale. Cosa che pare assolutamente semplice in una condizione di normalità, ma che diventa una prova enorme nel caso della malattia mentale, situazione in cui depressione e sfiducia in se stessi compromettono la dimensione sociale.
Significa tentare dar vita ad esperienze con le quali (ri)comprendere cosa significa “sentirsi amati”, accolti, considerati, cosa provoca gioia e imbarazzo, cos’è la gelosia, la delusione.
Significa sperimentare quelle emozioni senza le quali la malattia svuoterebbe di senso la vita.
Significa comprendere che anche in una relazione affettiva, che pur diventa coinvolgente al punto tale da farci perdere di vista il resto del mondo, non siamo mai soli. E nemmeno in coppia. Ci sono amici, parenti, genitori che ne sono coinvolti, anch’essi con il loro carico emotivo.
Tutto ciò definisce un quadro complesso, un labirinto di emozioni e dinamiche complesse: l’obiettivo è quello di dare ai nostri adulti un punto di partenza per affrontarle.

Aandreandrea Capella 
E’ un educatore professionale dal 2000 presso una fondazione in provincia di Pavia.
Si è occupato di minori, in ambito residenziale, scolastico ed extrascolastico.
Attualmente segue due servizi per adulti con problemi di salute mentale.
Si è occupato anche di progettazione sociale e di fundraising attraverso bandi pubblici o di fondazioni.

Tutti i contributi di #educazionEamore verranno raccolti qui.
I blog che partecipano:

Il piccolo doge
Labirinti pedagogici
Tra fantasia pensiero e azione
E di Educazione
Nessi Pedagogici
Ponti e derive – Si può veramente educare all’amore
Ponti e derive – A mille ce c’è
La bottega della pedagogista – Educare senza amore
La bottega della pedagogista – Strada facendo

Blogging Day FEBBRAIO 2014

#PEDAGOGIAESCUOLA

28 marzo 2014 – Blogging Day – Pedagogia e politica

snodi pedagogiciOgni mese il gruppo Facebook “Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti” propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto.
Una volta raccolti, quest’ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici

Tema del mese di marzo: Pedagogia e Politica

“La cura della polis attraverso le pratiche di accudimento sociali. Una dimensione politica dell’educazione che esiste, anche se il termine politica, oggi si confonde troppo spesso con “partito” e può spaventare. Politica ed educazione, invece: due facce della stessa medaglia. Perché se le pratiche educative non diventano cura dei territori e costruzioni di reti di significati sociali, l’educazione perde in partenza la sua sfida. Un’educazione che non ha bisogno dell’aggettivo “civica” per essere sostanziata. Perché educare è già un atto civico. L’educazione tras-forma l’umanità in cittadinanza”.
Un tema che va oltre le classiche figure educative e che contempla chi nella società cresce, vive e in questa vede un’occasione da lasciare come eredità alle nuove generazioni.

Vi invito a leggere i contributi dei miei ospiti

Alessia zucchelliIL BENE COMUNE: ALLESTIAMO PALESTRE DI CITTADINANZA ATTIVA!
Di Alessia Zucchelli

 

fucciLA POLITICA PUO’ EDUCARE?
Di Lorenzo Fucci

 

 

 

#Pedagogiaepolitica – La Politica può educare? – Lorenzo Fucci

Provo ad arrivarci cercando di rispondere ad un’altra domanda per me fondamentale: perché io ho scelto di fare Politica ?
Credo di averlo fatto essenzialmente perché penso di rientrare in quella categoria che in Inghilterra chiamano i “troublemakers”, o in Italiano, molto più semplicemente, i “rompiscatole”.

I troublemakers hanno un’infinità di difetti. Sono dei gran “parolieri”, beh forse possiamo anche dire chiacchieroni.
Sono dei curiosi che pongono sempre mille domande, spesso supportate da duemila critiche.
Sono anche un po’ supponenti, credendo comunque di avere “loro” le risposte a quelle mille domande.
Un pizzico di egocentrismo poi non se lo fanno certo mancare.
Le soddisfazioni ed i risultati, ma sopratutto gli apprezzamenti ed i complimenti degli altri, sono così importanti per i troublemakers, che ne fanno tesoro, salvo tirarla fuori e spendersela appena possa esserci l’opportunità di pavoneggiarsi un pò.

Temo che potrei continuare ancora trovando molti altri difetti, ma per non perdere quel po’ di rispetto e credibilità che mi sono guadagnato nella mia vita, preferisco fermarmi ed andare avanti con il mio pensiero. Ho reso comunque l’idea….
Dicevo, i troublemakes hanno un bel po’ di difetti. Ma adesso ve la faccio io una domanda a voi. Pensate a delle persone senza questi difetti. Che parlano poco, per niente curiose, piene di dubbi nelle proprie scelte e che preferiscono restare nell’ombra piuttosto che esporsi in propria persona.
Bene, vi viene in mente qualcuno con questo profilo che abbia cambiato il mondo ? Qualcuno che nel proprio piccolo sia riuscito a lasciare traccia del proprio campo ?
E non è questione di fare bene il proprio lavoro. Questo lo possono, anzi lo devono fare tutti.
Parlo della passione, parlo di incidere il proprio nome nelle proprie scelte, ma sopratutto nelle scelte per gli altri.
Dalle cose più piccole, ma non per questo meno importanti, fino a quelle più grandi. Ognuno per quello che può e per le opportunità che ha.

La mia passione è sempre stata quella dell’attenzione ai più deboli, della tutela dell’ambiente, della valorizzazione dei giovani, dell’importanza dell’istruzione e della cultura.
Quale miglior opportunità perciò se non quella di fare Politica ? Quale campo ti permette di esprimere le tue idee su tutti questi aspetti ? Che banalmente si possono riassumere e chiamare “il bene comune”.
Ecco, io ho scelto di fare Politica, perché mi dà la possibilità di occuparmi del “bene comune”. Per me, per gli altri, certo, ma sopratutto per le mie figlie e per la loro generazione futura.

Pensare di lasciare il mio piccolo pezzo di mondo un po’ più bello di come l’hanno lasciato i miei genitori. E cercare di “educare” le mie figlie a fare altrettanto con i loro figli. Senza lezioni, ma cercando solo di dare il buon esempio.
Di come un “troublemakers” si possa trasformare in un Politico e diventare una piccola figura di riferimento educativa per i giovani. Come lo sono appunto gli insegnanti. E come si dovrebbero sentire (e comportare) anche tutte le altre figure di riferimento per i ragazzi: gli allenatori, i sacerdoti, gli operatori, i nonni.

Non so se la Politica possa veramente educare. Non certo quella che ai più appare tutti i giorni sui giornali, televisioni e social. Senz’altro penso invece di poter educare io facendola, sperando di riuscire a far nascere, ad un altro “rompiscatole” come me, la voglia di lasciare traccia del proprio passaggio (ecco, la presunzione me l’ero dimenticata come difetto…).

fucciLorenzo Fucci

Sono nato il 12 Dicembre 1968 a Milano, dove ho vissuto fino all’età dell’adolescenza.
Dal 1993 risiedo a Liscate, piccolo Comune in provincia di Milano, nell’area che viene denominata della Martesana.
Sono sposato con Elena ed ho due figlie, Chiara e Silvia, lavoro dal 1996 presso una società d’ingegneria multinazionale che si occupa di sviluppare impianti di produzione industriale in giro per il mondo. Appassionato di molte cose, tra cui la Politica, vengo eletto nel 1995 come Consigliere Comunale di minoranza a Liscate, ricoprendo anche il ruolo di Capo Gruppo della mia Lista Civica. Dopo un periodo di forzato distacco dalla Politica, dovuto ai miei frequenti soggiorni all’estero per lavoro, nel 2009 vengo rieletto come Consigliere Comunale sempre a Liscate, all’interno della Lista Civica “Noi per Liscate”, vincente alle elezioni amministrative, delegato dal Sindaco all’Assessorato ai Servizi alla Persona, Politiche della Solidarietà e Politiche Giovanili.

Essendo particolarmente sensibile a quest’ultima area, ricopro il ruolo di referente del Tavolo per le Politiche Giovanili, presso il Distretto Sociale 5, facente parte dell’ASL MI-2.

Ruoli che ricopro ancora entrambi, almeno fino alla scadenza del mio mandato…

#Pedagogiaepolitica – IL BENE COMUNE: ALLESTIAMO PALESTRE DI CITTADINANZA ATTIVA! – Alessia Zucchelli

maniPennelli, carta vetrata, guanti..da diversi anni l’estate che organizzo per e con gli adolescenti nei servizi gestiti dalla cooperativa Linus e poi Alchimia di Bergamo, lontana dall’essere un tempo libero come contenitore di quel che accade, è invece caratterizzata dal far sperimentare i ragazzi in qualcosa su cui difficilmente possono esercitarsi, ovvero rimboccarsi le maniche.

Con la fine della scuola, la mattina presto, capita spesso di incappare in gruppi di adolescenti che, armati di pennelli e affini, sono stati incaricati di un compito importante: occuparsi di fare manutenzione agli spazi urbani comunali. Accompagnati da educatori e volontari delle associazioni, i ragazzi possono sperimentarsi nella possibilità di prendersi cura attivamente del proprio paese: le panchine, i parcheggi, i parchi che quotidianamente abitano, investendo questi spazi di tutta l’intensità di vita che li caratterizza; è topico in questi progetti di impegno, osservare adolescenti – che generalmente sembrano spersi, ciondolanti, disinteressati- avere uno sguardo che dice “ Ho capito che questo è il mio pezzo, è faticoso, ma me lo prendo!”.

E questa sperimentazione pratica vale più di mille parole, di mille rimproveri, di mille compatimenti.

Come a dire che se diamo agli adolescenti la possibilità di sperimentarsi in compiti e responsabilità di impegno e tenuta, allora questi se le prendono, le responsabilità?

E’ importante sottolineare che questo, che si configura a mio avviso come un cambio di prospettiva in quanto prevede di consegnare ai ragazzi degli strumenti insieme alla possibilità di utilizzarli e di valorizzare la loro capacità -se pur potenziale- di essere propositivi e costruttivi, sia spesso utile e potente per restituire loro un’ immagine positiva di sé soprattutto attraverso la presenza di adulti bendisposti e propensi all’incontro….Crea legame lavorare insieme, crea legame condividere obiettivi che vanno nel senso del custodire il bene comune.

Da cosa dipende il cambio di prospettiva? Possibile che la chiave di volta stia proprio nella disponibilità degli adulti a lasciare spazi di cittadinanza ai ragazzi, attraverso la condivisione di un impegno che odora di accoglienza e fiducia nelle loro capacità, se pur potenziali?

Possibile che la chiave stia nell’onestà e disponibilità di restituire loro responsabilità e impegno -davvero- attraverso atti concreti e pubblici?

Sento spesso adulti scandalizzarsi davanti ai ragazzi di oggi e di sempre, che si ritraggono davanti alla pochezza e superficialità che portano, considerando ciò come male assoluto o fastidio che non si può sopportare, piuttosto che un bisogno da supportare.

Ma proviamo a rifletterci per un attimo: come possiamo aspettarci dei ragazzi ricchi di contenuti, responsabili e attenti a ciò che li circonda, se non diamo loro la possibilità di sperimentarsi in questi contesti e se non diamo loro spazi di protagonismo reale e significativo all’interno della comunità? Come possiamo aspettarci che cittadini attivi e partecipativi lo diventino semplicemente raggiungendo la maggiore età? Come possiamo pensare che si prendano impegni se non li accompagniamo ad assumerseli -senza sostituirci a loro- e non li facciamo sentire in grado di raggiungerli, certi obiettivi comuni?

La cittadinanza, fondamento della politica, va sostanziata garantendo spazi di sperimentazione e palestre di cittadinanza a partire dalla consapevolezza e dalla convinzione della centralità dell’atto di restituire ai ragazzi la responsabilità di ciò che li riguarda e che riguarda, con loro, l’altro.

Cosa lega allora Educazione e Politica?

Una scelta e insieme una sfida : quella di condividere impegni e responsabilità con le nuove generazioni, perché crescere cittadini attivi e consapevoli davanti a diritti e doveri è pietra miliare della politica e finalità prima dell’educazione, tutta.

 

Alessia zucchelliAlessia Zucchelli esercita la professione educativa dal 2001 a fianco degli adolescenti a cui si appassiona tanto da decidere di approfondirne la riflessione e la pratica educativa nel lavoro e in una tesi in Scienze dell’Educazione su giovani e famiglie nell’età contemporanea. Appassionata al lavoro educativo, ritiene che agire PER e CON i ragazzi sia una pratica che ogni giorno le permette di apprendere e contemporaneamente prendersi cura del futuro, in una continua sfida di cambiamento e crescita. Interessata all’Incontro, alla Comunicazione, alla Partecipazione, pensa che il web sia oggi luogo fondamentale per sperimentare e confrontarsi su pratiche educative che prevedano la possibilità di creare legami e buone prassi innovative. Sogna un mondo in cui educare e trasmettere, imparare e apprendere, non siano considerati ambiti separati, ma vissuti come unico processo di scambio e crescita reciproca tra giovani e adulti. Attualmente educatrice in Centri di Aggregazione Giovanile e in progetti contro la dispersione scolastica, è iscritta alla L. M. in Scienze Pedagogiche dell’Università di Bergamo.