AAA….Cercasi prof !!! Solo appassionati!

E’ martedì 7 giugno ore 01.00 quando usciamo dal liceo scientifico Maserati di Voghera dove alcuni ragazzi hanno aderito alla proposta del professor Guarnieri, docente di informatica, di presentare a noi genitori il lavoro svolto. Si tratta di illustrare il loro programma sviluppato in C++.

Usciamo con le lacrime agli occhi, genitori e ragazzi, lacrime di emozione e dispiacere perché questo professore non ha la cattedra, fa parte di quella schiera di precari che girano come delle trottole senza poter continuare il proprio lavoro con i ragazzi, senza poter fornire quella continuità e stabilità di cui proprio i giovani hanno bisogno.

Il professore Guarnieri è il concentrato di ciò che un docente dovrebbe essere: ha stabilito fin da subito la giusta distanza/vicinanza, ha trasmesso la passione per la sua materia, ma soprattutto il profondo rispetto per i ragazzi e per le loro debolezze che in molti casi  ha trasformato in punti di forza. Non ha lasciato nessuno indietro, cosciente del fatto che il suo successo è dato dal successo dei ragazzi, sempre al primo posto. Un professore che riceve i genitori insieme all’alunno perché gli impegni si prendono insieme. Un professore che al termine dell’anno scolastico coinvolge i suoi ragazzi in una mezza giornata di lavoro insieme per insegnare agli alunni della summer school le basi della programmazione. Un professore che ha scritto questo ai suoi ragazzi:

“& poi ci sono quelle favole che… narrano di studenti che si divertono perché studiano. Favole che narrano di studenti che realizzano. Narrano di studenti che si agitano prima di un’esposizione. Favole che narrano di studenti che si incitano prima di un’esposizione. Narrano di studenti che si divertono durante un’esposizione: si “gasano” con cambi di toni di voce degni del miglior interprete! L’esposizione per eccellenza! Quella che riguarda il risultato del proprio lavoro. Favole che narrano di studenti che, allo scoccare della mezzanotte, al contrario della ben più nota Cenerentola, anziché scappare dalla scuola, chiedono di ripetere l’esposizione del proprio elaborato nelle condizioni e nel modo che merita! Favole che narrano di genitori che siedono tra i banchi e sui banchi ad un’età e ad un’ora più insolita che mai! … solo ed esclusivamente per vedere i propri figli esporre al pubblico quanto di buono realizzato con i propri sacrifici. & POI CI SONO I RAGAZZI DELLA II SC, III SC & III SD che tutto ciò, tutto quello che può sembrare surreale, l’hanno reso reale in un contesto Reale! Grazie per aver partecipato alla serata alternativa! La vostra serata! Non quella dei docenti. Perché la scuola è degli Studenti! Qualcuno ha sottolineato “Prof, avrei voluto farle una foto. Quando le coppie finivano l’esposizione, non sa quanto sorrideva!” Il mio sorriso era strettamente correlato al vostro. … più vi vedevo soddisfatti & appagati, più vedevo i vostri genitori sorridere e più il mio sorriso si “amplificava”. Vi ringrazio per avermi concesso questo “saluto speciale”. Ringrazio le vostre famiglie per aver condito la serata della loro presenza e del loro affetto. Pienamente orgoglioso di VOI! 🙂 Che dire… ragazzi speciali per una serata speciale!”

La scuola ha bisogno di professori così, i ragazzi lo meritano perché loro hanno bisogno di esempi di umanità, integrità morale e passione.

Grazie professor Guarnieri.

Quanto sono profonde le proprie radici?

pzzalibert…..e le radici sono o hanno un valore? Sono nata ad Alessandria, ma vivo a Voghera ormai da più di 20 anni, dove ho un lavoro, degli amici, una casa e molte altre cose che rendono questa “adozione” piuttosto piacevole.

Ma ogni volta che sento parlare di Alessandria, qualcosa di molto profondo risuona dentro di me e queste domande iniziano, puntualmente, a frullarmi nella testa. Ora, a pochi giorni dalla partita Alessandria – Milan (che mi ha vista diventare una tifosa sfegatata per i Grigi, naturalmente ) ho deciso di provare a dare forma ai miei pensieri.

radiciNascere significa mettere le radici e fare in modo che sprofondino in un terreno che andrà a formare cultura, storia, tradizioni, esperienza, e ricordi. Le radici, oltre ad andare in profondità, si intrecciano con tutto ciò che ci circonda e che entra a far parte della storia di ognuno di noi, le situazioni, gli incontri, gli amici, i compagni di scuola, ma anche i cambiamenti della città, del luogo in cui si vive, del quartiere, della stessa casa.

Finchè tutto questo si vive, si dà per scontato: sono cose che accadono, il legame con ciò che ci circonda è qualcosa che non si percepisce perchè se ne è parte.

Ho lasciato Alessandria a 21 anni, l’ho fatto con convinzione, giudicavo la città povera di sbocchi, volevo più di quanto una città di provincia potesse offrire, tutti i miei più cari amici, fidanzato compreso, lavoravano a Milano ed erano soddisfatti, io in provincia soffocavo. E quindi via! La storia poi mi ha portato a vivere in una cittadina molto piccola e non me ne pento. Ma le radici? Come ci si sente lontani dal proprio “nido”?

csoromaQuando torno nella mia città provo un sentimento di gioia mista a profonda tristezza. Sono sempre felice di tornare, ma sono triste per non essere stata parte del cambiamento del mio “nido”; vie, palazzi, la scuola hanno diverse fisionomie, non sono più ciò che erano un tempo, ma io non ho vissuto il percorso di cambiamento, io ero altrove. Eppure il legame esiste ed è profondo, un legame che non ho con Voghera dove la mia storia non è iniziata dal primo vagito, non ha posto le radici in modo così profondo.

Non credo che ciò si possa definire “sradicamento” piuttosto mi sento di dire che le mie radici non sono più intrecciate, sono profonde, ma non intrecciate.

Ecco perchè ogni volta che mi chiedono: “da dove vieni?” , io rispondo: “almilanda Voghera, ma sono di Alessandria”, o quando vedo un cappello Borsalino o un profumo Paglieri, oppure se i Grigi arrivano a giocare la semifinale di Coppa Italia contro il Milan, provo un po’ di orgoglio e mi sento comunque profondamente alessandrina.

 

DSA e dintorni…quanta fretta!

dsa2“Mi scusi, mi rivolgo a lei perchè mio figlio è certificato, vorrei che lei lo seguisse. Ma usa il computer? e la sintesi vocale? Può insegnargli un metodo? No perchè sta andando male a scuola e sa, siamo già a gennaio non vorrei trovarmi a giugno con dei debiti”.

“Senta al nostro primo incontro porto anche mio figlio così sente tutto anche lui”

Come Tutor DSA-ADHD spesso mi sento rivolgere queste parole e sono sempre più convinta che stiamo vivendo in un periodo di preoccupante schizzofrenia.

Capisco l’ansia del genitore che si sente forse inadeguato di fronte ad un disturbo specifico di apprendimento, ma credo che ci sia la necessità di fare chiarezza e soprattutto NON BISOGNA AVERE FRETTA – cosa assai difficile da accettare, ma procediamo per punti:

  1. Uso degli strumenti compensativi.
    Nei documenti che certificano uno o più DSA vengono elencati gli strumenti compensativi da utilizzare per aiutare lo studente nelle diverse fasi di apprendimento. Questo però non vuol dire che si devono necessariamente utilizzare in modo indiscriminato. Mappe, computer, riassunti con parole chiave evidenziate, sintesi vocale sono sicuramente utili, ma è solo lavorando insieme allo studente che si comprende quale o quali strumenti siamo più utili, e per capirlo ci vuole TEMPO. Un tempo che si riempie di significati che vanno oltre la modalità di apprendimento; un tempo in cui si instaura fiducia, dove si impara ad essere se stessi perchè non c’è il peso di un giudizio, un tempo dove si lavora tantissimo sull’autostima, un tempo in cui si “impara a funzionare”, dove si trova la strada e dove magari la mappa, lo schema e il riassunto non si scarica da Internet, ma si prepara insieme diventando progressivamente autonomi.
  2. L’uso del computer a casa e a scuola.
    Può sembrare strano da parte mia, ma io non sono immediatamente favorevole all’uso del computer sia a scuola che a casa (tengo a precisare che sono favorevole al computer qualora sia una scelta didattica a favore di tutta la classe).
    Usare un computer o un tablet presuppone l’attivazione di più facoltà: ascolto, sintesi, velocità di scrittura e colpo d’occhio (perchè siamo automaticamente portati a controllare l’esattezza di ciò che scriviamo). Tutto piuttosto complesso per chiunque, i ragazzi in particolare – tutti, non solo quelli con DSA – sono velocissimi a digitare su un cellulare, ma li avete mai visti di fronte ad una tastiera?
    Quindi, se proprio vogliamo che utilizzino in computer dobbiamo renderli quantomeno veloci, abituarli ad utilizzare tutte le dita. Esistono dei software, ma anche qui ci vuole TEMPO.
  3. DSA e debito scolastico.
    Perchè si continua a considerare il debito (la materia da recuperare a settembre) una punizione? E perchè uno studente con DSA non dovrebbe essere rimandato a settembre?
    Non è una questione di umiliazione, sempre che le cose si spieghino in modo adeguato.
    Se una persona è discalculica e viene rimandata in matematica è per darle la possibilità di focalizzare determinati argomenti e trovare il modo per affrontarli meglio per poi proseguire negli anni successivi, non è una persecuzione, non è una discriminazione perchè “affetta da un disturbo”; il discalculico funziona diversamente e forse alcuni casi ha bisogno di TEMPO.
  4. Il METODO. Il tutor DSA o anche non DSA non fornisce un metodo, ma strategie. Le strategie si trovano insieme e se si vuole puntare sull’autostima è necessario osservare anche quelle che vengono messe in atto dallo studente, altrimenti è come dirgli: “guarda, tu non sei capace, ti dico io come fare” e se poi la strategia non funziona sottilmente gli arriva il messaggio implicito: “Non funzioni proprio per niente, questa strategia ha fallito, te ne suggerisco un’altra”.
    Trovare insieme la strada non è qualcosa di immediato, bisogna fidarsi, provare, cadere e rialzarsi, ma sempre insieme.

In merito all’ultima richiesta che spesso mi viene posta: “Senta al nostro primo incontro porto anche mio figlio così sente tutto anche lui?”, io mi chiedo sempre “Ma perchè? A cosa serve?”
Il primo colloquio deve avvenire tra adulti, si parla, ci si conosce, si hanno delle impressioni, si fanno domande, ci si convince uno dell’altro e se tutto funziona si inizia ad imbastire un minimo rapporto di fiducia, è tra adulti che ci si deve alleare, siamo noi gli argini. I ragazzi sono ragazzi e tali devono rimanere, non tutto deve essere dichiarato, noi non siamo gli amici dei nostri figli, mettiamocelo bene in  testa.

Da tutto ciò si evince che la mia esperienza come Tutor finora si è fondata su ragazzi delle medie e delle superiori, ciò non significa che io non abbia riflessioni da fare in merito ai bambini delle scuole elementari, ma è materiale per un prossimo articolo.

Non a caso in questo articolo ho citato spesso la parola TEMPO, vorrei concludere con un pensiero di Rousseau che nell’Emilio dice più o meno così:

manobimbo“per fare l’uomo non vi dirò come guadagnare tempo, ma come perderlo”

La ricchezza di questa “perdita di tempo” si coglierà solo nel futuro adulto che verrà.

Come era un tempo il febbraio; a scuola.

Quando si parla di apprendimento e di tempo, penso a quanto sia importante la pausa: c’è un tempo per acquisire informazioni e c’è un tempo utile a farsì che le informazioni sedimentino per rendere l’apprendimento significativo. La mancanza di questa “pausa” oltre a non far percepire la scuola come luogo di scambio e arricchimento, rischia di mettere in crisi anche l’apprendimento significativo con la conseguenza di avere di fronte non i futuri adulti, ma dei semplici sacchi da riempire.

trafantasiapensieroazione

Due giorni fa, mentre rientravo a casa in macchina con mio figlio, frequentante una terza di una scuola secondaria di primo grado, ho esordito dicendo che finalmente eravamo alla fine del primo quadrimestre e ci si poteva prendere un attimo di pausa.

View original post 378 altre parole

La principessa e le scarpe rosse

scarpe rosseGuardava le sue scarpe rosse e la sua mente viaggiava tra i ricordi di quando, da bambina, il suo papà gliene regalò un paio: “ecco, mia piccola principessa, le tue scarpe rosse, quelle che abbiamo visto insieme, sono tue, perché solo una principessa come te le può indossare”.

E quelle scarpe erano diventate un rito per i giorni di festa: le domeniche, il giorno di compleanno, la Pasqua; le mise finchè il piede non crebbe, poi le conservò in una scatola in ricordo del suo papà che aveva lasciato questo mondo troppo presto.

Ma arrivò presto un principe, sì lui era proprio un principe, bello, simpatico, gentile e sempre sicuro di sé, simile al suo caro papà e si innamorò. “Sei la mia principessa” – le diceva – ” i tuoi amici e le tue amiche non ti meritano, ti invidiano, non ti capiscono, ma con te ci sono io!” Era incredibile il modo con cui si prendeva cura di lei.

Lui era capace di farla sentire sempre al centro delle sue attenzioni, proprio come faceva il suo papà. Quando stava con lui niente aveva importanza, nè gli amici, nè gli affetti più cari. Presto diventò inutile anche il lavoro “Le principesse non lavorano” – le ripeteva.

Allontanati gli amici, lasciato il lavoro, la principessa si convinse che quello doveva essere l’amore vero e lo sposò.

Ora guardava le sue scarpe rosse, ma il rosso era sangue e non il colore delle scarpe, il suo principe si era presto traformato in orco, si era insinuato nei pensieri attirandola in un inferno fatto di offese, condizionamenti e ora anche di percosse.

scarpe e sangue“Le scarpe sono fatte per camminare” – si disse, prese coraggio e se ne andò, ma conservò per sempre le scarpe macchiate di rosso per ricodare a se stessa che c’è sempre una via d’uscita, che si può rinascere e vivere una seconda vita piena di amore e di rispetto.

Una storia inventata così per caso un anno fa.

 

Generatori d’ansia – parte 4 – Pericolo Hikikomori!!! Hiki…..che?

spiaggiaDopo il lungo periodo di pausa estiva, riprendo il mio Generatori d’Ansia con un tema che è emerso grazie alle letture di alcune amiche in spiaggia, ma che di tanto in tanto fa capolino sui quotidiani o sui periodici soprattutto dedicati al pubblico femminile, in quanto composto da un gran numero di mamme.

“Elisa, ho letto di un nuovo fenomeno preoccupante che sta investendole nuove generazioni anche in Italia” – vedendo l’espressione preoccupata della mamma in questione, ho abbandonato il mio Kindle sulla sdraio, mi sono seduta comoda e ho cercato di capire l’origine del dramma.

“Ho letto su questa rivista (e mi sventola davanti agli occhi il giornale che preferisco non citare) che ci sono gli Hiki…qualcosa anche in Italia! In pratica i ragazzi si isolano e usano solo gli strumenti digitali per comunicare con l’esterno; si chiuduno nelle loro stanze e non escono più neppure per mangiare”. – Mentre lei aspettava rassicurazioni, io pensavo “Ecco, ci risiamo con l’allarmismo fine a se stesso, staccato dal contesto e gettato a bomba non per informare, ma per “criminalizzare” il web e creare disagio in tutti quei genitori che, giustamente, si preoccupano di essere educatori attenti e sensibili nei confronti di ragazzi che entrano nell’adolescenza e magari iniziano a chiudersi in camera…”

Hikikomori è un termine giapponese usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di hikiritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Tali scelte sono causate da fattori personali e sociali di varia natura…. (fonte: Wikipedia)

Non è mia intenzione negare l’esistenza del fenomeno in Europa e quindi in Italia, ma in ogni caso bisogna contestualizzare bene l’origine dello stesso per capire se effettivamente corriamo il periocolo di esserne travolti.

Il termine,  è nato negli anni ‘80 per indicare un preoccupante fenomeno diffusosi in Giappone all’incirca negli anni ’70.E’ la storia di un disagio relazionale piuttosto forte. Non è un caso che sia nato in Giappone dove esiste una cultura volta a estremizzare il valore della realizzazione sociale rispetto all’accettazione e comprensione dell’insuccesso. Nella società giapponese le aspettative che i genitori hanno sui figli in termini di successo professionale sono altissime e molti adolescenti, per paura di deludere, scelgono il ritiro sociale. L’autoesclusione sarebbe quindi una reazione dovuta al terrore dell’insuccesso, un preferire l’isolamento alla competizione.

L’Italia è estremamente differente dal Giappone, anche se bisogna riconoscere che la competizione e la corsa al successo sono questioni che negli ultimi anni ci stanno interessando a tutti i livelli, ad iniziare dalla scuola.

Ciò che però voglio porre al centro della riflessione è che, come quasi sempre accade, non è la Rete ad essere responsabile del fenomeno, ma la Rete è lo strumento attraverso il quale il disagio si manifesta e forse si amplifica.

famigliagiocoL’importanza e la cura delle relazioni, la collaborazione al posto della competizione, la comprensione e la flessibilità verso l’altro ci mettono al riparo da ogni possibile “fuga dalla realtà” perchè proprio le relazioni rendono interessante la realtà di ognuno di noi.

Educhiamo ed educhiamoci al ben-essere, mettiamo al primo posto la condivisione, lo stare insieme, le cene e i pranzi senza TV, la compassione (patire con) verso il debole, cerchiamo di creare momenti “sociali” anche per i nostri figli, dove possano avere un “tempo non organizzato” insieme ai loro amici e il fenomeno Hiki…che? rimarrà pressochè sconosciuto.amici

Expo 2015…in giro per il mondo

 

expoFinalmente il giorno dedicato all’Expo è arrivato! Sabato 19 settembre…sì proprio sabato, il giorno da delirio, ma all’Expo si va con tutta la famiglia!

La giornata è stata preparata con cura, sveglia alle 6.30, colazione, scarpe comode, zainetto e via.

Come previsto c’è moltissima gente, ma sia per la navetta che troviamo al parcheggio, sia all’entrata tutto si svolge abbastanza velocemente.

Vista la coda al padiglione zero decidiamo di saltarlo e di arrivare al Decumano. Visitiamo subito la Repubblica Ceca che non ci entusiasma, ma non c’era coda…

Proseguiamo convinti che sia importante andare nei padiglioni di paesi che difficilmente potremo visitare con un viaggio dedicato, quindi evitiamo Italia ed Europa e affrontiamo le code accettabili per Africa e Oriente.

turkemenistanVisitiamo il Bangladesh, dove assaporiamo degli involtini ripieni di carne e verdura, piccanti e gustosi. Entriamo in Costa d’Avorio accolti dalle piante di cacao, pranziamo in Mexico con tacos e nachos piccanti accompagnati da una birra Corona con l’immancabile fettina di lime. Prendiamo un caffè turco e poi anche quello italiano, proseguiamo in Turkmenistan e scopriamo che producono dei tappeti meravigliosi.

indonesiaAndiamo in Indonesia che ci accoglie all’esterno con le foto dei presidenti che si sono susseguiti dalla metà del 1900 ad oggi. All’interno c’è una statua della dea dei raccolti, poi tavoli di spezie e oggetti caratteristici.

USACon poca curiosità entriamo nel padiglione degli Stati Uniti d’America perché la stanchezza inizia a farsi sentire e qui la coda è poca. In perfetto stile americano assistiamo a dei filmati che fanno riflettere sul junk food e sull’alimentazione sana. Un confronto apprezzabile.

All’uscita veniamo attratti dall’aperitivo slow food non prima di aver visitato il padiglione, naturalmente: bello, veramente bello! Perfettamente in linea con il tema dell’Expo.

E’ ora di cena, andiamo in Turchia e gustiamo un buon kebab. Siamo stanchissimi e decidiamo di tornare indietro passando per il Congo e per l’Afganistan. Mentre torniamo a casa penso a cosa mi rimane di questa visita:

cacaospeziezafferano

  • i profumi delle spezie.
  • l’accattivante esperienza olfattiva dei semi contenuti nelle mani che spuntano da una parete del padiglione turco.
  • Il signore anziano dell’Afganistan, con gli occhi cerchiati da una leggera riga di kajal, che porge un barattolo pieno di zafferano invitando ad annusarlo. Il profumo è intenso come lo sguardo di chi lo porge.
  • Il cibo piccante e speziato attraverso cui si impara a conoscere la diversità di culture altre da noi.
  • Odori e sapori forti che ti trasportano in terre lontane.
  • Cibo che riesce a far percepire il lavoro nei campi di riso, di mais, nelle piantagioni di caffè e di cacao.
  • Il rammarico di non aver visto Giappone, Marocco, Cina, Katar e altri paesi dell’Africa, ma li riservo per la prossima visita.

Certo, poi ci sono le lunghe code, le polemiche, il caldo, la maleducazione (soprattutto italiana), ma questa è una storia che non mi appartiene.