“ma che trip con la filosofia!”

Io non insegno filosofia, ma non perdo mai l’occasione di usarla ogni volta che mi si presenta l’occasione, soprattutto con i ragazzi in classe. Tempo fa, proprio in seguito a qualche disquisizione in merito a non mi ricordo quale argomento, un mio allievo mi chiede di indicargli qualche libro per avvicinarsi alla filosofia. Gli consiglio un libro che avevo comprato da pochi giorni, “La meravigliosa vita dei filosofi” di Masato Tanaka ed. Vallardi, un testo semplice, accattivante perché, attraverso poche parole e simpatiche vignette, riassume in modo efficace il pensiero filosofico dall’antichità ad oggi.

Generalmente non mi creo molte aspettative, non mi aspettavo che lo comprasse e, soprattutto, che lo leggesse; invece la settimana scorsa mi si avvicina e mi dice, in modo un po’ confuso:

” prof., lei sa che io vedo questa tazzina e so che esiste proprio perché la vedo, ma non è detto che lei la veda così come la vedo io…o forse non è proprio così, in realtà non ricordo bene perché l’ho letto qualche giorno fa… so solo che quando l’ho letto la mia testa ha iniziato a viaggiare… si fanno dei trip incredibili con la filosofia!”

“sono i viaggi di una testa che pensa!” gli ho risposto.

Lavoro in una scuola professionale dove la filosofia non è tra le materie insegnate, ma questo non significa nulla. Parlare con i ragazzi, ma soprattutto fare loro delle domande, instillare dubbi, credo siano parte di quella relazione informale, che va al di là di quanto viene detto da dietro la cattedra, e che permette di crescere insieme, di creare legami che si basano su un sano confronto.

Felicità, moralità, fine vita, l’esistenza di Dio e del male, interrogarsi sulla verità, sulla bellezza, sul senso, su oggettività e soggettività  sono argomenti complessi, ma che possono essere occasione di scambio di pensieri e trampolini di lancio per una riflessione e per un’educazione al pensiero critico di cui abbiamo bisogno.

E si può parlare di filosofia, o meglio, si può filosofare in qualsiasi scuola di ogni ordine e grado.

 

 

 

Generatori d’ansia – parte cinque – “Mamma oggi mi vesto da sola”

Qualche giorno fa, una mia collega si avvicina agitando il cellulare: “Guarda, la mia bimba oggi ha voluto vestirsi da sola per andare all’asilo”. Io guardo la foto e vedo una bimba bellissima, vestita bene, con qualche mollettina un po’ storta, ma con un’espressione sorridente e soddisfatta.

E chiedo alla mamma: “e tu cosa hai fatto?”

“L’ho lasciata fare, ho solo controllato a lavoro finito, che si fosse messa le cose dritte, ha voluto anche pettinarsi da sé e infatti forse un po’ si vede”

“Io la trovo bellissima”.

E trovo bellissimo il gesto di questa mamma che ha lasciato la bimba libera di sperimentarsi, non è intervenuta e soprattutto non si è preoccupata del giudizio altrui una volta oltrepassata la porta di casa.

Sì perché è il giudizio degli altri che spesso ci condiziona. Una bimba o un bimbo con i vestiti in po’ arruffati danno subito l’impressione di avere mamme distratte o disordinate che non li curano; è difficile pensare che invece dietro può esserci una mamma che semplicemente ha “lasciato fare” permettendo al figlio o alla figlia di continuare il lungo cammino verso la propria indipendenza.

Questa mamma, che non si è lasciata trascinare dall’ansia di perfezione, ha nutrito l’autostima della sua bimba e l’ha resa un po’ più grande e un po’ più capace di fare da sé… e la bimba è perfetta anche con le mollette un po’ storte perché la perfezione non è di questo mondo.

…dopo tanto tempo

…ritorno a scrivere. Sono passati 3 anni dall’ultimo articolo, ma esiste un “tempo per la scrittura” e un “tempo per il silenzio”, un silenzio carico di emozioni, esperienze, vita vissuta.

Non rientro per raccontare i miei tre anni di silenzio, ma per continuare ad aggiungere riflessioni grazie alle sollecitazioni che arrivano dalla vita di tutti i giorni perché credo che siano le più autentiche e le più fresche.

Non so quanto sarà intenso il mio contributo in numero di articoli, ma la cosa importante è avere il desiderio di ricominciare a scrivere.

Ringrazio fin da ora chi avrà voglia di leggere e magari di commentare.

 

AAA….Cercasi prof !!! Solo appassionati!

E’ martedì 7 giugno ore 01.00 quando usciamo dal liceo scientifico Maserati di Voghera dove alcuni ragazzi hanno aderito alla proposta del professor Guarnieri, docente di informatica, di presentare a noi genitori il lavoro svolto. Si tratta di illustrare il loro programma sviluppato in C++.

Usciamo con le lacrime agli occhi, genitori e ragazzi, lacrime di emozione e dispiacere perché questo professore non ha la cattedra, fa parte di quella schiera di precari che girano come delle trottole senza poter continuare il proprio lavoro con i ragazzi, senza poter fornire quella continuità e stabilità di cui proprio i giovani hanno bisogno.

Il professore Guarnieri è il concentrato di ciò che un docente dovrebbe essere: ha stabilito fin da subito la giusta distanza/vicinanza, ha trasmesso la passione per la sua materia, ma soprattutto il profondo rispetto per i ragazzi e per le loro debolezze che in molti casi  ha trasformato in punti di forza. Non ha lasciato nessuno indietro, cosciente del fatto che il suo successo è dato dal successo dei ragazzi, sempre al primo posto. Un professore che riceve i genitori insieme all’alunno perché gli impegni si prendono insieme. Un professore che al termine dell’anno scolastico coinvolge i suoi ragazzi in una mezza giornata di lavoro insieme per insegnare agli alunni della summer school le basi della programmazione. Un professore che ha scritto questo ai suoi ragazzi:

“& poi ci sono quelle favole che… narrano di studenti che si divertono perché studiano. Favole che narrano di studenti che realizzano. Narrano di studenti che si agitano prima di un’esposizione. Favole che narrano di studenti che si incitano prima di un’esposizione. Narrano di studenti che si divertono durante un’esposizione: si “gasano” con cambi di toni di voce degni del miglior interprete! L’esposizione per eccellenza! Quella che riguarda il risultato del proprio lavoro. Favole che narrano di studenti che, allo scoccare della mezzanotte, al contrario della ben più nota Cenerentola, anziché scappare dalla scuola, chiedono di ripetere l’esposizione del proprio elaborato nelle condizioni e nel modo che merita! Favole che narrano di genitori che siedono tra i banchi e sui banchi ad un’età e ad un’ora più insolita che mai! … solo ed esclusivamente per vedere i propri figli esporre al pubblico quanto di buono realizzato con i propri sacrifici. & POI CI SONO I RAGAZZI DELLA II SC, III SC & III SD che tutto ciò, tutto quello che può sembrare surreale, l’hanno reso reale in un contesto Reale! Grazie per aver partecipato alla serata alternativa! La vostra serata! Non quella dei docenti. Perché la scuola è degli Studenti! Qualcuno ha sottolineato “Prof, avrei voluto farle una foto. Quando le coppie finivano l’esposizione, non sa quanto sorrideva!” Il mio sorriso era strettamente correlato al vostro. … più vi vedevo soddisfatti & appagati, più vedevo i vostri genitori sorridere e più il mio sorriso si “amplificava”. Vi ringrazio per avermi concesso questo “saluto speciale”. Ringrazio le vostre famiglie per aver condito la serata della loro presenza e del loro affetto. Pienamente orgoglioso di VOI! 🙂 Che dire… ragazzi speciali per una serata speciale!”

La scuola ha bisogno di professori così, i ragazzi lo meritano perché loro hanno bisogno di esempi di umanità, integrità morale e passione.

Grazie professor Guarnieri.

Quanto sono profonde le proprie radici?

pzzalibert…..e le radici sono o hanno un valore? Sono nata ad Alessandria, ma vivo a Voghera ormai da più di 20 anni, dove ho un lavoro, degli amici, una casa e molte altre cose che rendono questa “adozione” piuttosto piacevole.

Ma ogni volta che sento parlare di Alessandria, qualcosa di molto profondo risuona dentro di me e queste domande iniziano, puntualmente, a frullarmi nella testa. Ora, a pochi giorni dalla partita Alessandria – Milan (che mi ha vista diventare una tifosa sfegatata per i Grigi, naturalmente ) ho deciso di provare a dare forma ai miei pensieri.

radiciNascere significa mettere le radici e fare in modo che sprofondino in un terreno che andrà a formare cultura, storia, tradizioni, esperienza, e ricordi. Le radici, oltre ad andare in profondità, si intrecciano con tutto ciò che ci circonda e che entra a far parte della storia di ognuno di noi, le situazioni, gli incontri, gli amici, i compagni di scuola, ma anche i cambiamenti della città, del luogo in cui si vive, del quartiere, della stessa casa.

Finchè tutto questo si vive, si dà per scontato: sono cose che accadono, il legame con ciò che ci circonda è qualcosa che non si percepisce perchè se ne è parte.

Ho lasciato Alessandria a 21 anni, l’ho fatto con convinzione, giudicavo la città povera di sbocchi, volevo più di quanto una città di provincia potesse offrire, tutti i miei più cari amici, fidanzato compreso, lavoravano a Milano ed erano soddisfatti, io in provincia soffocavo. E quindi via! La storia poi mi ha portato a vivere in una cittadina molto piccola e non me ne pento. Ma le radici? Come ci si sente lontani dal proprio “nido”?

csoromaQuando torno nella mia città provo un sentimento di gioia mista a profonda tristezza. Sono sempre felice di tornare, ma sono triste per non essere stata parte del cambiamento del mio “nido”; vie, palazzi, la scuola hanno diverse fisionomie, non sono più ciò che erano un tempo, ma io non ho vissuto il percorso di cambiamento, io ero altrove. Eppure il legame esiste ed è profondo, un legame che non ho con Voghera dove la mia storia non è iniziata dal primo vagito, non ha posto le radici in modo così profondo.

Non credo che ciò si possa definire “sradicamento” piuttosto mi sento di dire che le mie radici non sono più intrecciate, sono profonde, ma non intrecciate.

Ecco perchè ogni volta che mi chiedono: “da dove vieni?” , io rispondo: “almilanda Voghera, ma sono di Alessandria”, o quando vedo un cappello Borsalino o un profumo Paglieri, oppure se i Grigi arrivano a giocare la semifinale di Coppa Italia contro il Milan, provo un po’ di orgoglio e mi sento comunque profondamente alessandrina.

 

DSA e dintorni…quanta fretta!

dsa2“Mi scusi, mi rivolgo a lei perchè mio figlio è certificato, vorrei che lei lo seguisse. Ma usa il computer? e la sintesi vocale? Può insegnargli un metodo? No perchè sta andando male a scuola e sa, siamo già a gennaio non vorrei trovarmi a giugno con dei debiti”.

“Senta al nostro primo incontro porto anche mio figlio così sente tutto anche lui”

Come Tutor DSA-ADHD spesso mi sento rivolgere queste parole e sono sempre più convinta che stiamo vivendo in un periodo di preoccupante schizzofrenia.

Capisco l’ansia del genitore che si sente forse inadeguato di fronte ad un disturbo specifico di apprendimento, ma credo che ci sia la necessità di fare chiarezza e soprattutto NON BISOGNA AVERE FRETTA – cosa assai difficile da accettare, ma procediamo per punti:

  1. Uso degli strumenti compensativi.
    Nei documenti che certificano uno o più DSA vengono elencati gli strumenti compensativi da utilizzare per aiutare lo studente nelle diverse fasi di apprendimento. Questo però non vuol dire che si devono necessariamente utilizzare in modo indiscriminato. Mappe, computer, riassunti con parole chiave evidenziate, sintesi vocale sono sicuramente utili, ma è solo lavorando insieme allo studente che si comprende quale o quali strumenti siamo più utili, e per capirlo ci vuole TEMPO. Un tempo che si riempie di significati che vanno oltre la modalità di apprendimento; un tempo in cui si instaura fiducia, dove si impara ad essere se stessi perchè non c’è il peso di un giudizio, un tempo dove si lavora tantissimo sull’autostima, un tempo in cui si “impara a funzionare”, dove si trova la strada e dove magari la mappa, lo schema e il riassunto non si scarica da Internet, ma si prepara insieme diventando progressivamente autonomi.
  2. L’uso del computer a casa e a scuola.
    Può sembrare strano da parte mia, ma io non sono immediatamente favorevole all’uso del computer sia a scuola che a casa (tengo a precisare che sono favorevole al computer qualora sia una scelta didattica a favore di tutta la classe).
    Usare un computer o un tablet presuppone l’attivazione di più facoltà: ascolto, sintesi, velocità di scrittura e colpo d’occhio (perchè siamo automaticamente portati a controllare l’esattezza di ciò che scriviamo). Tutto piuttosto complesso per chiunque, i ragazzi in particolare – tutti, non solo quelli con DSA – sono velocissimi a digitare su un cellulare, ma li avete mai visti di fronte ad una tastiera?
    Quindi, se proprio vogliamo che utilizzino in computer dobbiamo renderli quantomeno veloci, abituarli ad utilizzare tutte le dita. Esistono dei software, ma anche qui ci vuole TEMPO.
  3. DSA e debito scolastico.
    Perchè si continua a considerare il debito (la materia da recuperare a settembre) una punizione? E perchè uno studente con DSA non dovrebbe essere rimandato a settembre?
    Non è una questione di umiliazione, sempre che le cose si spieghino in modo adeguato.
    Se una persona è discalculica e viene rimandata in matematica è per darle la possibilità di focalizzare determinati argomenti e trovare il modo per affrontarli meglio per poi proseguire negli anni successivi, non è una persecuzione, non è una discriminazione perchè “affetta da un disturbo”; il discalculico funziona diversamente e forse alcuni casi ha bisogno di TEMPO.
  4. Il METODO. Il tutor DSA o anche non DSA non fornisce un metodo, ma strategie. Le strategie si trovano insieme e se si vuole puntare sull’autostima è necessario osservare anche quelle che vengono messe in atto dallo studente, altrimenti è come dirgli: “guarda, tu non sei capace, ti dico io come fare” e se poi la strategia non funziona sottilmente gli arriva il messaggio implicito: “Non funzioni proprio per niente, questa strategia ha fallito, te ne suggerisco un’altra”.
    Trovare insieme la strada non è qualcosa di immediato, bisogna fidarsi, provare, cadere e rialzarsi, ma sempre insieme.

In merito all’ultima richiesta che spesso mi viene posta: “Senta al nostro primo incontro porto anche mio figlio così sente tutto anche lui?”, io mi chiedo sempre “Ma perchè? A cosa serve?”
Il primo colloquio deve avvenire tra adulti, si parla, ci si conosce, si hanno delle impressioni, si fanno domande, ci si convince uno dell’altro e se tutto funziona si inizia ad imbastire un minimo rapporto di fiducia, è tra adulti che ci si deve alleare, siamo noi gli argini. I ragazzi sono ragazzi e tali devono rimanere, non tutto deve essere dichiarato, noi non siamo gli amici dei nostri figli, mettiamocelo bene in  testa.

Da tutto ciò si evince che la mia esperienza come Tutor finora si è fondata su ragazzi delle medie e delle superiori, ciò non significa che io non abbia riflessioni da fare in merito ai bambini delle scuole elementari, ma è materiale per un prossimo articolo.

Non a caso in questo articolo ho citato spesso la parola TEMPO, vorrei concludere con un pensiero di Rousseau che nell’Emilio dice più o meno così:

manobimbo“per fare l’uomo non vi dirò come guadagnare tempo, ma come perderlo”

La ricchezza di questa “perdita di tempo” si coglierà solo nel futuro adulto che verrà.

Come era un tempo il febbraio; a scuola.

Quando si parla di apprendimento e di tempo, penso a quanto sia importante la pausa: c’è un tempo per acquisire informazioni e c’è un tempo utile a farsì che le informazioni sedimentino per rendere l’apprendimento significativo. La mancanza di questa “pausa” oltre a non far percepire la scuola come luogo di scambio e arricchimento, rischia di mettere in crisi anche l’apprendimento significativo con la conseguenza di avere di fronte non i futuri adulti, ma dei semplici sacchi da riempire.

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Due giorni fa, mentre rientravo a casa in macchina con mio figlio, frequentante una terza di una scuola secondaria di primo grado, ho esordito dicendo che finalmente eravamo alla fine del primo quadrimestre e ci si poteva prendere un attimo di pausa.

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